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mercoledì 21 gennaio 2015

provini - La metamorfosi, Fausto Pirrello

La Metamorfosi 

Fausto Pirello

metamorfosi cop 

 1 Sole Contro

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. “E’ ora di muoversi”, disse.
 
Le dava fastidio tutto quel chiarore, tutta quella luce. Odiava il sole.
Tutto quell’illuminare, quel dare vita.
Probabilmente era l’unica a soffrire la svastica per il valore simbolico e non per quello storico.
Odiava il sole perché la costringeva a vedere il suo essere, o meglio il suo non essere.
Si sentiva come trasformata in un enorme essere inetto ripugnante.
Come una novella Giosuè gridava “sole fermati in gabaon, e non venire a splendere sulla mia città”.
Se fosse rimasto dov’era, lei avrebbe fatto lo stesso.
“Smettila di illuminare quello che non ho, smettila di dare inizio ad un nuovo giorno che non vivrò.
Smettila di far crescere alberi che mi fanno respirare, che la mia vita è priva di momenti che il respiro me lo tolgono.”
Se ne stava a pancia su, sdraiata sul letto, inspirando sempre più forte l’aria della notte che entrava dalla finestra.
Aveva spesso sentito un legame quasi molecolare tra le sue vertebre e il materasso.
Le ossa unite al lattice sembravano formare una corazza dura capace di resistere agli urti che avrebbero potuto farle curvare la schiena.
E lei non poteva permetterselo.
Lei non poteva piegarsi.
Stare dritti da sdraiati è più facile.
Si sente meno la gravità, dei fatti.
“Smettila di essere d’ispirazione per santi e poeti.
Che i santi sono morti col gossip e i poeti sono solo scrittori pigri”
Alzando leggermente il capo guardava il ventre gonfio, dove tentava di digerire tutte le sofferenze della sua vita, che aveva deciso di mandar giù senza proferir parola.
Sentiva sempre in bocca il sapore di emozioni andate a male, di occasioni andate male.
Aveva lasciato marcire il frutto della passione, e provava gusto solo nell’amarezza non potendo più sopportare la dolcezza.
Lei non usciva per andare a mangiare fuori.
Restava lì a mangiarsi dentro.
“Smettila di riscaldare il mondo.
Lascia che sia io a influenzarne la temperatura.
Lasciami diffondere tutto il freddo che ho dentro.”
Spostando lo sguardo oltre lo stomaco pieno di delusione, poteva vedere le sue gambe.
Erano sempre state molto sottili e ciò comportava una maggior fatica nel sostenere il peso.
Da sempre aveva la sensazione che ancor più che camminare sulla terra, lei annaspasse nel mondo.
A queste condizioni era già difficile uscire, figuriamoci riuscire.
“Smettila di usare la tua gravità.
Smettila di attrarci col tuo peso.
Smettila di farci girare attorno alla tua massa.
Così che tutti possiamo cadere giù, e io possa finalmente sentirmi leggera.”
Eppure quella mattina un pensiero nuovo si faceva strada.
“E’ ora di muoversi”.

2 la donna è mobile

“E’ ora di muoversi” si disse.
“7,2 miliardi” era il numero che le ronzava in testa.
Sulla terra siamo 7,2 miliardi di persone.
Lo aveva sentito il giorno prima alla televisione.
7,2 miliardi.
Più di quanti chilometri avrebbe mai percorso nella sua vita.
“Alzati e cammina” si disse.
7,2 miliardi di persone, pensava.
E lei quante ne conosceva? Cento? Forse neanche ci arrivava a cento.
E tutto quel pensare la portò ad una prima conclusione:
Nessuno è eterno.
Nessuno è insostituibile.
L’unica persona con cui avrebbe convissuto per sempre era lei stessa.
Questo riduceva sensibilmente il peso delle azioni degli altri.
Concentrandosi più su se stessa.
L’amore per gli altri portava spesso ad una deificazione di questi, dimenticandosi quasi che in realtà erano semplici persone.
Questo non era amore, era idolatria.
E forse l’amore neanche esisteva.
L’amore è il dono di Dio ai cantanti pop.
Sentiva che il suo nuovo dogma avrebbe avuto al centro il culto di sé stessa, amandosi e compiacendosi quotidianamente, facendo sacrifici solo quando questi l’avrebbero fatta stare bene, e non è un ossimoro.
Venerandosi, ecco.
Venerandosi come una divinità.
E se siamo così tanti, va da se che nessuno si sarebbe curato di quello che lei faceva.
Si sorprese per la beatitudine che provava in questa nuova condizione, si stava concedendo un’indulgenza per quella perfezione che si era imposta autonomamente di raggiungere.
Nessun bene supremo come obiettivo.
Era pronta per una resurrezione, una nuova vita.
Sarebbe stata una divinità imperfetta, e no che non è un ossimoro.
Zeus oggi sarebbe considerato un sessodipendente.
Dioniso un alcolista.
Afrodite una ninfomane.
“E’ ora di muoversi” si disse.
7,2 miliardi.
Più di quanti chilometri avrebbe mai percorso.
Iside una necrofila.
Anubi un figlio illegittimo.
Ra il ragazzo padre dell’umanità.
Aveva scelto il suo letto come porto sicuro nel quale rifugiarsi per evitare qualsiasi insidia del mondo esterno.
Preferendo la sicurezza che derivava dall’evitare voli pindarici.
Sarebbe andata via da quella solitudine di ferro, via da quella cabina di regia dove la vita veniva proiettata e basta.
Loki un truffatore.
Odino un saccente.
Thor un culturista.
Non le sarebbe più accaduto nulla di male.
Semplicemente perché le cose non le sarebbero più accadute, ma sarebbe stata lei a farle succedere.
Strada facendo avrebbe imparato a fronteggiare ogni situazione.
Scese dal letto.
Per la prima volta era una donna con i piedi per terra.
Mosse il primo, mosse il secondo e non riusciva più a fermarsi.
Forse c’erano mille motivi per cui ora si stava muovendo, o forse non ce n’era neppure uno.
Non importava più, l’unica cosa che ora riusciva a fare era fare un passo dopo l’altro.
“Alzati e cammina.
E’ ora di muoversi
Ti rimangono 7.199.999.999,999 chilometri da percorrere.”

provini - Elena, Simone Piani

Elena 

Simone Piani

elena cop
 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse.

Ma una sagoma d’un tratto smorzò ogni suo intento e proposito: solenne si ergeva all’angolo tra corso Piave e via dei Martiri, lo conosceva, sapeva che la sua presenza lì era questione di vita o di morte. E’ ora di muoversi…
L’aria sembrava essersi fatta più calda e la poesia sulla sommità degli edifici era diventata una flebile filastrocca.
Istanti immobili, poi i muscoli si riattivarono, a testa bassa le gambe si flessero e si contrassero di nuovo, mosse da qualcosa. La forza di volontà non c’entrava nulla, era bisogno di sapere, capire perchè fosse arrivato proprio in quel momento, perchè se ne stesse lì senza dire nulla, perchè di nuovo dopo tanto tempo.
Lo raggiunse e si stupì di avercela fatta, l’aveva desiderato davvero?
L’aveva mai davvero voluto, o era stato un capriccio, come di una bambina egoista e viziata. Quanto male aveva generato quel desiderio, tremendo ed immortale. Un male che aveva attraversato secoli. Elena non lo guardò in viso, le bastava percepirne la presenza a fianco per ricordare. Era stato tanto tempo fa, così tanto che la mente doleva a farne memoria.
Lo prese per mano e quasi come un pupazzo di pezza, senza opporre nessuna resistenza, quasi rassegnato nei movimenti egli la seguì e si fece trasportare.
La strada cominciava ad arretrare sotto i loro piedi come se si riavvolgesse; anche i suoi ricordi, sfuggendo al suo controllo, si arrotolavano. Le parve che l’aurora scomparisse e tutto fosse tornato a quella lontana notte, il 17 maggio. Si svegliò come da un incubo. Tutto roteava. Tutto era differente. Perchè, perchè proprio a lei? La più bella, la preferita delle Muse, Elena prima di Troia.
Impastata di alcol, la sua mente seguiva malapena il suo sguardo mentre si alzava dal marciapiede fradicio di pioggia e di sporco. Senza forze, con l’asfalto della città nel petto; senza poterci fare nulla camminava.
Luci. Una Bmw parcheggiata, con pendaglio a forma di dado allo specchietto retrovisore. L’asfalto viscido. Heartbreaking Hotel. Un picchiettio dissonante della pioggia. Lo scorrere di pneumatici sull’asfalto e l’eco di pozzanghere violate. Una babele. Due ubriachi, fidanzati, forse conoscenti. Una vita alle spalle e qualche anno per biasimarla. Louis Vouitton. Delle insegne accese, delle vetrine serrate.
Un vecchio campanile avrebbe risuonato, battendo tre volte.
Nello sconquasso che porta le ferite di un’altra giornata, nella New York del profondo della notte, il rumore era una pastosa sarabanda di strumenti artificiali.
Ebbene dove erano i vecchi templi alti appena come dieci uomini? Le vecchie strade, ricoperte da ciottoli ognuno essenziale, differente?
Le persone, da dove veniva, ridevano anche se gonfie di vino. In quel luogo che lei non capiva vomitavano, barcollavano e invocavano una sbronza per dimenticare quella precedente. Quella città le pareva gracchiasse come un corvo e si impregnasse di vapore maleodorante, di gas di scarico, come le piume di uno sparviero sotto il diluvio. Quanto le mancava la sua terra, a misura d’uomo. Da quando nacque e fu allevata nella casa di Tindaro fino ad essere promessa sposa di Menelao re di Sparta. E poi quando, come toccò a Pompei ed Ercolano, un vulcano di nome Paride le sconquassò la vita.
I suoi passi procedevano uguali e automatici su quei neri sentieri, la sua attenzione si spostò su un locale saturo di note distorte, di stereoscopiche figure e di caldi umori. Quanti mondi conteneva quella scatola? Entrò.
Elena mentre teneva per mano Paride si ricordò che era proprio in quel bar che lo aveva rivisto per la prima volta, sperduta, disorientata, vittima e carnefice di se stessa, l’immortale Elena. Allora non le aveva risposto, le era sfuggito, come fumo tra le mani.
Ora però, con prepotenza, senza nemmeno chiederle il permesso, era lì con lei, o per lei.
Attraversarono un corso, il semaforo lampeggiava di una pallida luce arancione.
“Perchè sei qui?”. Si stupì della chiarezza con cui la sua voce si era fatta viva. Silenzio. “Perchè sei qui?!” riprovò.
“Per riportarti a casa”. Qualcosa in lei si spezzò. Possibilità, desideri, equilibri instabili, mondi che si erano sovrapposti in modo imperfetto e che si sgretolavano ora sotto il peso di poche parole.
“Come?”.
“La tua guerra dura ormai da troppo tempo.”
“Tu, Paride, maledetto il padre che ti generò, l’hai voluta! La guerra è tua! Sei pazzo”.
“Elena calmati adesso, stai urlando.”
Si voltò per guardarlo in faccia per la prima volta dopo secoli.
Le venne da piangere, ma a forza si trattenne; solo un singhiozzo.
Era esattamente lo stesso Paride che aveva conosciuto in mezzo a quei Troiani stranieri, al suo banchetto nuziale? Ogni singolo ricciolo le riportava alla mente le grida di uomini trafitti dalle lance, gli zigomi come scogli che affondavano le navi, gli occhi come braceri ardenti, come fuoco dirompente. Eppure lo amava. Lo amava più di quanto avesse mai amato se stessa, la sua patria, i suoi avi. Per lui aveva scelto di non morire, per lui aveva sopportato ogni uccisione, ogni massacro. Pazza. Ebbra. Ed ora strade colanti fango e benzina. Si odiava, lo amava e odiava tutto quello che erano stati. Gli avrebbe strappato via le labbra. Si battè il petto e cadde a terra. Le ginocchia si ferirono sul ruvido asfalto.
Elena l’immortale, che era stata il premio di due nazioni, Elena che ora stava rannicchiata ai piedi di un uomo su un marciapiede di una cupa città.
Il dottor Paride Alessandro prese tra le braccia quella creatura spezzata dalla febbre e chiamò a voce alta e sicura gli infermieri che stavano poco più in là, in attesa di istruzioni. La sua guerra interiore andava fermata, la sua mente del resto non avrebbe sopportato altra sofferenza.
“Preparate la stanza, appena arriviamo.” intimò ai camici bianchi che, rapidi, li raggiungevano. E’ l’ultima volta che scappa, povera ragazza.
E intanto Elena cantava: «E molte vite sono morte per me sullo Scamandro, e io, che pure tanto ho sofferto, sono maledetta, ritenuta da tutti traditrice di mio marito e rea d’aver acceso una guerra tremenda per la Grecia.»

provini - La lama prezzolata, Tiziano Fares

La Lama Prezzolata 

Tiziano Fares

cop Fares
 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse.

La timida luce che affiorava all’orizzonte si stava lentamente alzando ed Elena doveva fare in fretta. Riverso al centro della stanza con un pugnale conficcato nel collo vi era Gregor, governatore della città di Urus. Un’intera notte per penetrare nella villa senza essere notata dalle sentinelle e soltanto invece pochi attimi c’erano voluti per completare l’incarico che gli era stato assegnato il giorno precedente da quella strana figura incappucciata. Un efferato delitto per chiunque, ma non per Elena, la “Lama Prezzolata di Rivocorto”. Il pensiero della borsa d’oro che l’aspettava nel vicolo del porto era talmente ridondante nella mente della donna che, dirigendosi verso la finestra per calarsi giù nei giardini, urtò un mobile facendo cadere rovinosamente a terra un portagioie di cristallo. Fuori dalla porta subito si udirono i passi veloci delle sentinelle allarmate dal rumore ed Elena non avrebbe mai potuto affrontarle in uno scontro frontale sola contro più uomini e dunque non gli rimaneva altro che gettarsi giù dalla finestra.
Con tre passi fu subito al davanzale e con un salto si proiettò in picchiata. L’atterraggio non fu dei migliori ma la vita vale sicuramente di più di una caviglia malconcia e grazie alla sua scelta ardita di saltare riuscì ad uscire dalla villa. Con passo incerto dovuto al dolore alla caviglia Elena si diresse verso il porto dove ad attenderla ci sarebbe stato il mandante dell’omicidio con la borsa d’oro da lei tanto desiderata. Le strade ben presto divennero brulicanti di guardie che correvano su e giù come dei cani da caccia. Elena capì allora che la morte del governatore era ormai affare pubblico e decise di rallentare i suoi passi per poter meglio osservare dove si poteva o meno passare. Dopo un paio d’ore finalmente la donna giunse al vicolo del porto dove ad attenderla seduto su un barile c’era l’incappucciato che vedendola si alzò battendo le mani compiaciuto e disse: “Se vuoi un lavoro perfetto non c’è nessuno migliore della Lama Prezzolata!”. Estrasse allora da sotto la sua tunica una borsa piena d’oro e la porse ad Elena che con un gesto di intesa la prese. La bramosia di ricchezza era stata da sempre il punto debole di Elena ed anche questa volta, nel momento in cui prese la borsa, abbasso la guardia e quando si voltò l’incappucciato la colpì violentemente alla nuca facendola crollare rovinosamente a terra. Elena intontita girò il capo verso l’incappucciato che delicatamente scoprì il suo viso rivelando la sua identità: Token, il figlio del governatore.
Il colpo subito aveva fatto perdere i sensi ad Elena che si risvegliò soltanto poche ore più tardi in un’umida ed angusta cella. In pochi secondi mille e più pensieri affollarono la mente dell’assassina. Era stata incaricata dal figlio del governatore di uccidere il governatore stesso, ma la legge parlava chiaro in merito alla successione nel ruolo del governatore che doveva essere per voto e non per linea ereditaria e dunque non si capacitava del motivo per cui Token volesse la morte di suo padre Gregor perdendo così gran parte dei benefici che la posizione del padre gli recava. Non riuscendo a trovare una risposta ai suoi quesiti decise di rinviare la soluzione dell’enigma e rivolse la sua attenzione alla guardia assopita fuori dalla sua cella.
La guardia era un po’ avanti con gli anni ed il suo fisico grassoccio ne era una chiara dimostrazione. Elena fischiò rumorosamente e la guardia sobbalzò destata dal suo torpore ed esclamò: “Si è svegliata la bella addormentata! La Lama Prezzolata che tanto viene decantata che si fa catturare con tante belle monete del regno di Axon è veramente un brutto affare sai? Per fortuna che non durerà la tua sofferenza”. Finendo la frase il carceriere indicò la finestra sbarrata dalla quale si scorgeva il cortile esterno e nel cui mezzo era in allestimento una forca. Elena non aveva altra scelta, doveva fuggire ora per salvare la propria vita e per far luce sull’intrigo ordito da Token.
Ai suoi piedi giacevano dei resti umani nei quali spiccava un piccolo acuminato ossicino. La Lama si piegò su se stessa come per stirare la schiena dolorante e con un movimento rapido raccolse e strinse nel proprio pugno l’ossicino. La guardia non si era accorta di nulla e riprese a parlare: “Sai ragazzina per la tua bravata scoppierà una guerra. Token, il figlio del governatore, ha dichiarato lo stato di allarme e si è autoproclamato protettore della cittadella richiamando tutti i soldati alle armi per combattere quei luridi Axoniani e questo sai che vuol dire? Vuol dire che io, il vecchio Kerr, dovrò tornare a combattere una guerra e razza di sgualdrina credi che un vecchio come me possa farcela?” . Elena lo fissò negli occhi e gli rispose: “Non ti preoccupare vecchio non ci andrai in guerra”. Spostò leggermente il corpo in avanti guadagnando una posizione maggiormente aerodinamica di modo che il suo proiettile potesse viaggiare più velocemente, ritrasse brevemente la mano destra come un giocatore d’azzardo che si prepara a lanciare la sua ultima fiche e lasciò partire poi l’acuminato ossicino che in un attimo squarciò la gola di Kerr che cadde sanguinante davanti la cella.
Elena lo tirò a se cosi da poter prendere dalla sua cintura le chiavi della prigione e poter completare la sua fuga. Uscita dalla cella raccolse i suoi coltelli da lancio e il suo pugnale che erano tenuti da Kerr sulla scrivania e si diresse verso la porta quando sentì lo stesso Kerr con il suo ultimo goccio di vita sussurrare: “Che tu sia maledetta Lama. Hai condannato questa città e tutta la sua gente”.
 

provini - La campana, Francesco Piscitelli

La campana 

Francesco Piscitelli

 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse.

Poggiò con delicatezza la mano sulla maniglia della porta, senza girarla. Ebbe un attimo di esitazione, poi si voltò di scatto per dirigersi in cucina, dove si assicurò che la manopola del gas e i rubinetti del lavello fossero ben chiusi. Ripeté l’operazione tre volte prima di spostarsi con passi corti e rapidi verso il bagno, per ispezionare lavabo e doccia. Sospirò. Passò davanti lo specchio nel corridoio e vi sostò il tempo di sistemarsi con una mano la frangia, col timore che qualche segno di acne sulla fronte fosse visibile. Tornò verso l’ingresso e aprì la porta, varcando la soglia solo quando la lancetta dei secondi dell’orologio si sovrappose a quella dei minuti. Chiamò l’ascensore, pigiando cinque volte il dito sulla pulsantiera. Giunta al piano terra percorse l’androne dello stabile prestando attenzione a impiegare sette passi esatti sino al portone.
«Forza, Elena» sussurrò socchiudendo gli occhi, uscendo. Si incamminò spedita verso la metropolitana, nella città che non si era ancora del tutto svegliata. Aveva quasi raggiunto l’ingresso delle scale quando si bloccò di colpo, come se qualcuno le avesse intimato di fermarsi. Un terribile sospetto le attraversò la mente, la mano in modo inconscio andò nella borsa a tastare il mazzo di chiavi: non ricordava se avesse chiuso la porta dell’appartamento. Mentre cercava di rammentare abbassò lo sguardo e il viso le sbiancò di colpo. Alzò la testa e guardò altrove sperando di aver visto male. Con il cuore che accelerava i battiti, tornò con lo sguardo sulla propria scarpa e si rese conto che aveva commesso una imperdonabile leggerezza. Nel fermarsi, non si era avveduta di aver lasciato che il piede sostasse sulla fuga tra due mattonelle. Sentì il principio di un mancamento come in seguito a un attacco di panico, mentre si voltava in cerca di un soccorso che nessuno poteva darle. Un motociclista fermo al semaforo la osservò, incuriosito, poi l’illuminarsi del verde lo portò via da quella scena. Un uomo distinto le passò accanto. Le rivolse un’occhiata veloce e passò dritto. Elena era sola, come sempre, alla prese con il proprio dramma interiore.
«Con quale piede?» disse il bambino con gli occhiali, guardando le linee disegnate con espressione corrucciata.
«Quello che vuoi, scemo!» urlarono le due gemelle dai capelli rossi. La calda giornata di settembre consentiva attività all’aperto nel cortile della scuola d’infanzia. Elena osservava i propri nuovi compagni che si divertivano. Quello della campana era il gioco che più la intrigava.
«Dai Elena, va’ a fare amicizia con qualcuno» disse la maestra, rivolta alla piccola, accompagnando le parole con una leggera carezza di incoraggiamento.
Elena si avvicinò al gruppetto che circondava il tracciato di gesso. Procedeva con passi lenti, la testa abbassata e le braccia lungo i fianchi, con le mani chiuse a pugno che stringevano il grembiulino. Il bambino con gli occhiali, saltellando, aveva intanto appena completato il percorso. Una delle gemelle notò la nuova arrivata e la indico all’altra, sussurrando qualcosa.
«Vuoi giocare?» disse poi rivolta a Elena.
Elena rispose con un cenno del capo.
«Prendi un sasso!» esclamò un altro.
Si chinò a raccogliere un sassolino da terra. Nel piegarsi, la gonnellina le si alzò leggermente mostrando la biancheria e uno scoppiò di risa generale sottolineò la cosa. Lei sobbalzò e si coprì d’istinto con la mano, rossa in viso. Lanciò la pietra nella prima casella e si apprestò a saltare, incerta e malferma sulle esili gambe.
«Com’è imbranata!» disse quello con gli occhiali.
Avrebbe voluto fuggire per la vergogna di essere sotto gli occhi di tutti, pronta a essere giudicata. Oramai non era più un semplice gioco, ma un rito di iniziazione, riuscire nell’impresa avrebbe significato acquisire valore agli occhi dei nuovi compagni. Saltò verso la seconda casella. Anche quell’ostacolo era superato. Alla terza casella, purtroppo, fallì nell’atterrare in modo corretto, fermandosi con un piede sulla linea di gesso tra due caselle.
«Ha sbagliato!» disse uno dei bambini, indicandola col dito. Altre risate investirono Elena.
«Piede sulla fessura, aria di sepoltura!» esclamarono all’unisono le gemelle.
Elena avrebbe voluto scomparire. Osservava i compagni con aria smarrita, come a interrogarli sulla gravità dell’errore appena commesso.
«Piede sulla fessura, aria di sepoltura!» continuavano a ripetere le due bambine. Al coro si unì il resto del gruppo.
«Ora sei maledetta!» disse un altro bambino, con un sorriso beffardo.
Mentre la macabra cantilena continuava, Elena fuggì via in lacrime, rimproverandosi per essere stata così goffa e col timore di una disgrazia incombente. Nei mesi successivi non dimenticò l’accaduto, vivendo col terrore che prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze.
L’anno successivo sua madre perse la vita in un incidente stradale. Durante il funerale il pensiero di Elena corse a ricollegare il tragico evento con la maledizione della campana. Non riusciva a perdonarsi per non aver affrontato con la dovuta attenzione quella prova e rimproverava ai compagni di non averla messa al corrente del pericolo cui si stava esponendo, in quell’occasione. “Piede sulla fessura, aria di sepoltura”, la frase che in modo ossessivo continuava a sentire nella mente.
Ripensò a quegli avvenimenti continuando a restare ferma nella identica posizione, con il piede sulla fuga della mattonella. Le strade cominciavano a popolarsi, le persone osservavano quella ragazza immobile sul marciapiede con un misto di curiosità e divertimento. Un ragazzo le gettò una moneta, come si fa con un’artista di strada che si prende gioco dei passanti. Uno scherzo, come quello che aveva imprigionato la mente di Elena per venti anni e che ora la costringeva a bloccarsi anche nel corpo. Il cerchio si chiudeva.

provini - Le impurità del cuore, Daniele Imbornone

Le impurità del cuore 

Daniele Imbornone

 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse.

L’Ampia porta-finestra era rimasta per tutto il tempo socchiusa, in attesa che quell’interminabile dialogo tra lei e la silente città cancellasse la sporcizia che si sentiva addosso. Elena sperava che il sole nascente illuminasse un po’ il buio che si portava dentro; ma invano. Anche il sole era sporco. Sporco e coperto di nubi. Con una mano spinse delicatamente l’imposta e s’immerse nella penombra della stanza dove la notte prima si era consumato l’ennesimo delitto nei confronti di se stessa.
La moquette l’accompagnò alla poltrona dove giacevano i suoi abiti, complici essi stessi della sua doppia vita. Si fermò un istante a specchiarsi nelle ante dell’imponente armadio in noce.
I capelli biondi e scompigliati e il trucco sfatto le davano un aria disordinata e stanca. E disordinata e stanca si sentiva anche dentro. Ma soprattutto… sporca. Lanciò un’occhiata fugace al letto in parte disfatto. Le lenzuola di seta si muovevano sinuose su di un corpo a lei sconosciuto, ma nello stesso tempo conosciuto fin nell’intimo. Un uomo che non apparteneva al suo mondo, un uomo che però incontrava ogni notte con volti sempre diversi. 
- Jhon, Jeffry, James… Diamine, non ricordo nemmeno il suo nome – rifletté lei. Raccolse i vestiti attillati dalla poltrona e li scambiò con quelli contenuti nella busta di plastica portata da casa. Lo svestirsi davanti ad un altro uomo, benché addormentato, non le provocava più quel senso di vergogna che l’aveva attanagliava da quando aveva iniziato a lavorare. Ciò la preoccupava più dell’atto stesso. Vestita a metà, Elena sprofondò nella poltrona di pelle. Per un attimo le lacrime furono sul punto di abbattere lo specchio della sua anima. Dalla borsetta di Louis Vuitton prese uno specchietto. Fece anche per prendere una salvietta imbevuta di tonico, ma le dita sfiorarono un oggetto imbevuto invece di promesse mancate. La salvietta non le servì più; il mascara le scivolò sulle guance in modo naturale, struggente. Tirò fuori il simbolo della sua promessa; quella promessa più volte mancata, infangata, tradita. Tra le sue mani quell’anello era un fuoco divorante, ma riuscì comunque a infilarlo all’anulare. Un secondo e per Elena quella reggia immensa divenne una stalla claustrofobica. La lasciò dopo aver contemplato per un’ultima volta, amara, la soddisfazione sul volto del suo cliente. La colpa era sua, lo sapeva e se ne dispiacque.Si strinse nella giacca. L’aria primaverile era ancora troppo fredda, e lei, troppo leggera. L’autobus la raccolse poco dopo le cinque. Obliterò e si sedette in ultima fila. Partito l’autobus, Elena si concentrò sulla musica. Credeva che il ricordo dalla notte appena passata si sarebbe eclissata con l’aiuto degli auricolari; ma la sua fu solo ingenuità. Rigirava l’anello con le dita e pensava. Lo aveva ricevuto da meno di due anni ma gli pesavano come eternità stessa. Amava Luca con tutto il cuore; ma l’amarezza di una vita di stenti saturata dall’ingiustizia aveva schiacciato la loro gioia. Odiava la sua codardia e il patto stretto con quel sistema corrotto dove i ricchi predominano. Odiava il suo aspetto fisico, odiava la sua paga eccellente e odiava il fatto di essere una “d’alto bordo”. Avvolse le braccia attorno alle spalle e pianse tremando. Desiderò che quelle braccia fossero del suo Luca ma, probabilmente lo avrebbe allontanato per evitare che le sue colpe sporcassero anche lui. Alla fine… si addormentò.
- Mi scusi signorina, siamo al capolinea – Elena riemerse dalla sua trance al terzo richiamo dell’autista.
Non lo guardò nemmeno in faccia. Si alzò e scese in silenzio; emettendo solo un mezzo sussurro prima che le porte si chiudessero. 
- E’ signora comunqe… – 
Percorse il chilometro che la separava da casa senza fretta, guardando l’asfalto e, a volte, i visi di coloro che come lei avevano lasciato una casa e un letto caldo. Unica differenza: il letto da cui Elena era scesa, era un letto di rose… trapuntato di spine. Entrò nel suo condominio poco prima delle sei. Aprì la porta di casa senza fare rumore e la richiuse nello stesso modo. - Sei in ritardo. – Elena sobbalzò. La voce veniva dal salotto. «Non c’è nulla di strano» pensò col cuore a mille «Luca sa che turni faccio e che mi ci vuole molto per tornare a casa.» Aveva costruito bene la sua facciata. Ciononostante, era turbata.
- Amore sono a casa. Non ti dico che stanchezza… sono veramente a pezzi. - Il tavolino era colmo di lattine di birra vuote e tazze di caffè. C’era anche un termos aperto ai piedi del divanetto. La TV trasmetteva pubblicità, ma l’attenzione di Luca era sintonizzata su altro. Fissava lo specchio e, di riflesso, sua moglie. Si alzò barcollando. Era in pigiama e il suo aspetto tradiva una notte insonne piena di pensieri.
- Amore non avresti dovuto aspettarmi! Sai che il bar chiude all’alba! -Luca non disse nulla; il suo volto parlava per lui. Elena si sentì scrutare sin dentro l’anima e avvertì due occhi navigare nei suoi segreti inconfessati. Un brivido gli corse per tutto il corpo. Alla fine, quando la tensione fu al culmine, Luca confessò. – So tutto. – 
La piccola Magda iniziò a piangere, ma la culla era lontana dalla dimensione solitaria nella quale i genitori vivevano. Elena cadde in ginocchio e pianse.Pianse lacrime di vergogna, disperazione e rassegnazione. Luca la lasciò da sola con le sue colpe. Elena stentava a crederci. Era stata abbattuta due volte: dalla vita e dall’uomo che amava. Un colpo di vento scostò le tende e mostrò un sole forte, deciso. Elena si sentì chiamare. Aprì la finestra. Il vento le seccò subito le lacrime, gelandole le guance rosse.
Si sedette sul cornicione del balcone e proiettò lo sguardo in lontananza. In un attimo rivide tutta la sua vita e non trovò un solo episodio che la incoraggiasse a continuare. Perciò respirò a fondo. “Addio.”
Un vagito le giunse da dietro e un abbraccio lo seguì.
Il cuore di lei perse un battito. Si voltò. Luca le sorrise e poi la baciò con passione.
- So perchè lo hai fatto… e ti perdoniamo. Resta solo con noi e sporcati solo con me. -

provini - Io sono..., Andrea Di Lauro

Io sono.. 

Andrea Di Lauro

 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse.

Doveva farsi coraggio, perché quel giorno, Elena doveva morire, per far spazio a Irina, una giovane ragazza dal fisico slanciato e dai capelli aurei. Servendosi degli abitudinari movimenti pacati ripulì la stanza dell’albergo dalle sue tracce organiche e, con un atteggiamento attuo a nascondere la pesante sensazione che proveniva dal ventre appena sotto l’ombelico, si avviò frettolosamente verso l’elegante portone d’uscita. Il picchettare dei tacchi sullo sgombro e umido marciapiede veniva scandito dal nervoso susseguirsi dei sottili arti inferiori, i quali germogliavano da una gonna a righe non troppo corta. “Devi calmarti, sei una professionista”, si ripeteva mentre si avvicinava alla destinazione.Emerse un’ombra dal vicolo alle sue spalle, “Elena, pss, Elena!”… Ma il disarmonico tintinnare dei pesanti orecchini continuò senza sosta. “Elena fermati, sono io” ribadì infastidita la voce. La ragazza si voltò di scatto, fermandosi in una posa difensiva al quanto distratta, ma quando riconobbe il suo compagno lasciò cascare mollemente le braccia per dirigere lo sguardo al cielo grigiastro. “Che ti prende? Non vorrai cedere al panico l’ultimo giorno? Il giorno della chiusura?” disse Gary accompagnando velocemente Elena col braccio ammantatogli attorno alla vita. Eppure l’attuale consapevolezza della propria fragilità psichica la fece barcollare sul minuscolo spessore del tacco destro che fino a quel momento tanto magistralmente aveva utilizzato. Si sistemò l’abito bicolore, e fece un piccolo respiro consolatorio, come per rassicurare sia lei che Gary, poi, ordinando meticolosamente l’accurata capigliatura disse “tranquillo, ho la situazione sotto completo controllo, come ben saprai è per colpa della Crisi se mi trovo in questa situazione, queste ultime settimane sono state veramente dure”. Per troncare la piccola discussione Gary annuì, anche se il comportamento della compagna lo aveva al quanto turbato.“Eccola, è la Crisi” bisbigliò la voce femminile. “Si, sono loro” rispose lui, mentre camminavano cautamente all’interno del parcheggio sotterraneo. Il luogo, semibuio e dagli ampi spazi, che veniva perforato da alti e spessi pilastri di cemento rinforzato venne scelto per merito di una particolare caratteristica, ovvero la sua assenza di telecamere. I due uomini della Crisi, l’organizzazione che produceva e vendeva armi al miglior offerente, stazionavano immobili, inespressivi, e dagli abiti scuri non trapelava nessuna emozione. Gary cominciò come da abitudine a perlustrare la zona con lo sguardo, mentre il più tarchiato dei due si rivolse a Elena, “è questo l’uomo dei quattrini? Irina dov’è la valigetta col contante?” Un minuscolo sorriso sbocciò nell’angolo delle labbra di Elena, ma esso tentava soltanto di celare l’angosciante guerra che stava infuriando al suo interno ormai da giorni. Lo sapeva che era un lavoro difficile, tenere il piede in due staffe è estremamente logorante gli disse il capo a inizio operazione, e di questo fatto la sua mente ne era ben conscia. “Ma certo” continuò il criminale, “prima volete vedere la merce”. Fu così che venne rivelata l’arma, un composto batteriologico a nanotecnologie integrate che poteva eliminare istantaneamente determinate tipologie di DNA. Il viso di Gary si oscurò, e il suo sguardo premeva sul volto di Elena come per dire cosa stesse aspettando ad estrarre l’arma. Ma l’indecisione era sua compagna. Dovrei arrestarli adesso, pensava, però negli ultimi mesi mi sono trovata assai comoda nei panni di Irina. Sono stata così bene, da anni non mi sentivo così viva, perfino questo costruito accento russo mi si accinge perfettamente. L’acustica rimbombante riportò i pensieri di Elena all’istante presente. “Allora? Irina, dove sono i soldi?” Ma la spaccatura nella sua personalità si era allargata e questo la confondeva, e contemporaneamente la eccitava, perché gli faceva provare un terrore adrenalinico che proiettava a se stessa la consapevolezza di esistere. Di fronte a lei, i due uomini in abiti gessati aspettavano, agitati e impazienti, mentre alle sue spalle percepiva la pressione psicologica del suo compagno che aleggiava nervosamente. La scelta era inevitabile, e le immagini passate delle missioni venivano centrifugate nella mente di Elena, immagini e ricordi che non facevano altro che contribuire al presente dilemma. In ogni operazione attua ad avvicinarmi all’arma batteriologica, varcata la porta di casa morivo, morivo per far spazio a Irina, pensava Elena. Ma morivo, o finalmente nascevo? Chi sono io? Il fatto è che fino a quando continuiamo a dire io sono, non conosceremo mai chi siamo. “Ora basta! A terra le armi e mani in vista! Non fate scherzi o cambio per sempre l’espressione della vostra lurida faccia!”. L’eco della voce di Gary pervase l’ambiente. “Lo sapevamo che eri una spia, brutta cagna!”, urlarono i membri della Crisi con le pistole direttamente puntate al petto dei componenti dei servizi segreti. “Che aspetti Elena!”. Furono queste le ultime parole di Gary che l’infiltrata udì dopo aver estratto la sua fidata compagna calibro 12. Qualche minuto dopo, la ragazza dai capelli aurei aiutò i due terroristi a caricare il corpo esanime sul furgone. Il più tarchiato si rivolse a lei “sai, per un momento ho pensato che fossi una spia governativa, andiamocene il prima possibile e, Irina, mi raccomando non dimenticare il contante”. Elena aveva scelto, e si prese un momento per metabolizzare la decisione e soprattutto le sue conseguenze. Anche a costo di incorrere in conseguenze catastrofiche devo essere ciò che realmente sono. Per una vita intera mi hanno chiamato Elena, eppure io non sono Elena, forse non sono neanche Irina, ma sicuramente le somiglio di più.

provini - Il cartellone sul palazzo, Valerio Vozza

Il cartellone sul palazzo 

Valerio Vozza


L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse, così appoggiò la sua tazza di caffellatte sul tavolino della cucina, e veloce corse a mettersi un filo di trucco sul suo volto che è paragonabile a quello della principessa Atalanta, si vestì frettolosamente e si sedette al suo posto. Napoli si svegliava poco a poco mentre lei doveva essere già lì alle prime luci. Deve essere difficile la giornata di una ragazza in un cartellone pubblicitario: Era ritratta con un uomo con il corpo disteso su un letto, un bel ragazzo, sia chiaro non lo dico per ammirazione, ma per invidia. Se ne stava lì a dormire, a mio giudizio era stato ucciso, avvelenato. Lei, Elena, era seduta sul dorso di lui e guardava aggressiva la fotocamera e quindi tutti noi piccoli uomini. Aveva un corpetto nero e delle autoreggenti che le fasciavano le gambe. Non ricordo cosa pubblicizzava, forse un profumo o una marca di intimo, o forse anche dei jeans e la lingerie è solo un falso ricordo, davvero non è importante! Il fatto è che io avevo preso l’abitudine di non prendere l’autobus per tornarmene a casa, ma me ne andavo a piedi fino alla metropolitana per poter guardare quel cartellone di 8 piani, poggiato su una parete di un palazzo vicino all’uscita della tangenziale. Un lunedì, proprio quando il semaforo giù Via Cinthia segnava verde e le automobili partivano iniziò una pioggia sempre più fitta, non c’era nessuno oltre me che non era riparato dal tetto di un’auto, mancava anche il solito extracomunitario che vendeva i fazzoletti a un euro al pacco, mi immaginavo come un frutto di mare dal cozzecaro, guardando quella foto. «Hai avvelenato, tu, il tuo uomo?» le domandai tanto per ingannare il tempo in attesa del verde dei pedoni. «Non l’ho avvelenato» rispose dall’alto della sua posizione «l’ho solo stancato, mi è bastata mezz’ora… Ora è mio e ne farò quello che voglio in attesa di un altro.» «Cerchi un altro schiavo?» interrompo impertinente «Sì, ma non scomodarti, non dureresti nemmeno il tempo per spogliarti» disse fredda e crudele «Grazie! Buonasera fa lo stesso!» le dissi deluso “tanto sto già accendendo la sigaretta del dopo coito” ovviamente fu immaginaria. Pensai che andava messa una scritta: “Guardare questa immagine nuoce gravemente all’autostima” e in basso se mi fosse permesso avrei scritto con lo spray: “Specialmente ai folli che per amore, durante la pioggia, preferiscono bagnarsi fino ai calzini, e non si riparano nei tettucci delle auto o degli autobus di linea.” Il Sole tramontava al di là delle nuvole perché la luce man mano che passavano i minuti calava sensibilmente, tanto che arrivato alla fermata della metro era già buio. Un treno per Gianturco si fermò insolitamente sul binario 3, i pendolari salivano confusi mentre una signora si garantì con il macchinista che il treno l’avesse portata a casa. Avrei bisogno anch’io di casa dove asciugare i calzini e dormire fino a domani per dimenticare Elena nell’oblio dei sogni. Mi sedetti in un vagone mezzo vuoto, una ragazza si siede di fronte a me, era bagnata. Si specchiava attraverso i vetri della metropolitana per aggiustarsi i capelli, era truccata diversamente e con altri vestiti, ma ero sicuro, era lei.
Le chiedo «Sei la ragazza sul poster?» lei stupita mi risponde: «Cosa scusami» mi riprendo «Ti ho visto in una foto di un cartellone pubblicitario su un palazzo» sorrise e si avvicinò, chinandosi leggermente, a me «Può darsi! prima di laurearmi lavoravo come modella per mantenermi agli studi, ci sarà ancora qualche foto in giro, mi chiamo Gemma, tu?»
Dissi il mio nome e poi aggiunsi: «Pensavo ti chiamassi Elena!»
«Immaginavi altro di me?»
Il treno partii e a Mergellina già si stavamo baciando, qualcuno avrebbe detto, in carrozza, che era stato un corteggiamento troppo veloce ma, Gemma è la mia ragazza, ci incontriamo senza darci un appuntamento preciso. Forse lei, conoscendo i miei orari, corse nella pioggia per incontrarmi oppure io avevo rallentato apposta e non avevo preso l’autobus sapendo che lei usciva da lavoro dopo di me. Giochiamo di non riconoscerci subito: Mi stupisco di incontrare quella ragazza che invade le fantasie erotiche mie e di tanti altri, così da ripetere il miracolo del nostro primo incontro, proprio sotto uno dei suoi cartelloni, anche se il miracolo vero lo fa lei che ogni notte che si stringe forte a me, lei che è così diversa da Elena tanto che ha riavvolto la mia vita come una VHS di una storia di uomo solo per farne una commedia romantica a finale aperto così ogni giorno è diverso.
L’aurora rischiara le sagome dei palazzi della città. Inizia ad albeggiare e una luce brillante rende tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Gemma socchiude gli occhi e respira a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», dice, così appoggia la sua tazza di caffellatte su tavolino della cucina, e veloce corre a mettersi un filo di trucco sul suo volto, che è paragonabile a quello della principessa Atalanta, si veste frettolosamente poi bacia il suo fidanzato e mano nella mano si accompagnano al lavoro. Napoli si sveglia poco a poco insieme a loro. E’ una giornata splendente tanto che le nuvole e la pioggia sembrano un ricordo di un passato remoto…

provini - Solo 8 minuti, Andrea Khaldi

Solo 8 minuti 

Andrea Khaldi (Rumigal)


 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. 
“E’ ora di muoversi”, disse. 
 
Iniziò a correre verso la stazione, decisa a non pensare ad altro. Ormai era tardi per farlo.
Arrivare in ritardo era sempre stata la sua costante, d’altronde.
Ad esempio non capiva mai chi fosse il cattivo, quando guardavano “The Mentalist” assieme. Ricordava ancora la risatina di Leo quando alla fine lei si sorprendeva.
E quando aveva un appuntamento? Mai una volta che fosse arrivata puntuale. I suoi amici, e anche Leo, poi, avevano iniziato a dirle di presentarsi almeno mezz’ora prima quando dovevano vedersi, sicuri che comunque non sarebbe arrivata puntuale, ma almeno avrebbero aspettato di meno.
Ma era arrivata tardi anche nella vita. Era nata venti giorni dopo la data comunicata dai medici. Era stata bocciata in terza liceo perché non riusciva a studiare. Aveva perso la verginità dopo essere diventata maggiorenne, quando tutte le sue amiche avevano passato gli anni del liceo a raccontare delle loro esperienze. Aveva iniziato a lavorare dopo il liceo, convinta di aver bisogno di un anno sabbatico. E poi si era iscritta alla facoltà di legge. Con un anno di ritardo rispetto a quelli che erano diventati compagni di corso prima, e amici poi.
Ma la volta in cui era stata più in ritardo, era quando Leo le aveva detto di essere innamorato di lei. Aveva preso le sue mani piccole tra le sue grandi mani da giocatore di basket e aveva detto quelle semplici due parole che l’avevano spiazzata. Perché lei non ne era sicura. E lui era stato gentile. Poteva aspettare, aveva detto.
Ma queste cose non possono aspettare. I sentimenti sono istintivi. E se non vengono colti, o vissuti quando ci sono…si perdono.
E cosi Leo aveva deciso di lasciarla. E andare via, perché lei era l’unico motivo per cui continuava a restare qui in Città. Le aveva scritto una lettera in cui le aveva detto che sarebbe partito, dato che ormai non aveva più niente che lo legasse qui, dopo la morte di suo padre.
“Ho aspettato che capissi cosa provi per me. Ma dopotutto, se hai bisogno di capirlo, non dev’essere niente di bello. E di sicuro non ho intenzione di aspettare qualcosa che forse non arriverà mai.”
La lettera l’aveva vista la sera prima. Era scesa a gettare l’immondizia e si era accorta che c’erano delle lettere nella cassetta della posta. Aveva pensato fosse della pubblicità, ma poi l’aveva controllata.
Era rimasta seduta a leggere quella lunga lettera per venti minuti, prima di rendersi conto che stava morendo di freddo. Era tornata in casa, continuando a leggere quelle parole. E la sua mente sempre cosi oscura, come piena di un denso groviglio di pensieri che la facevano distrarre si era come distesa e li, proprio allora, con una chiarezza che probabilmente non aveva mai sperimentato, Elena aveva capito che aveva una sola, ultima possibilità.
Cosi si era vestita di corsa ed era uscita mentre la Città si preparava ad accogliere l’ennesima alba. 


Aveva iniziato a correre perché quello era il momento di sbrigarsi, il momento in cui un ritardo non sarebbe stato ammissibile.
Leo aveva scritto che sarebbe partito con il treno delle 6:07 per Roma. Se solo avesse visto prima la lettera avrebbe potuto chiamarlo, avrebbero potuto chiarirsi senza fretta. O forse avrebbe comunque aspettato fino alla fine prima di capire che anche lei lo amava.
Elena corse come non aveva fatto mai, nel silenzio mattutino in cui i suoi passi risuonavano ritmicamente.
Arrivò fino alla stazione e controllò i treni in partenza per Roma.
“Partito”
Elena rimase ferma in mezzo alla stazione, a guardare lo schermo con su gli orari dei treni. Le tornò in mente una frase de “Il Ciclone”.
“I treni sono fatti apposta per gli addii”
A lei non era stato concesso neanche questo invece. Rimase li a pensare che ci aveva provato, che questa volta aveva corso con tutta se stessa per arrivare in tempo. E non se ne rese conto, ma iniziò a piangere, nell’indifferenza generale di chi non era ancora sufficientemente sveglio per pensare ad altro che al viaggio di due ore per andare a lavorare.
Aveva sbagliato tutto, per l’ennesima volta era arrivata tardi.
“Per fortuna che ti ho detto che avrei preso il treno delle sei, invece che quello delle sette.”
La voce di Leo, alle sue spalle, la colpì con la potenza di un tifone. Si voltò e lui era li, bello e alto e con quei stupidi capelli troppo biondi per sembrare veri.
“E sei persino arrivata con… solo 8 minuti di ritardo. Direi che posso accontentarmi, per un po”, disse lui ridendo, mentre lei si infilò tra le sue braccia, sorridendo e piangendo ad un tempo.

provini - La guerra di Elena, Michael Crisantemi

La guerra di Elena

Michael Crisantemi


 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. 
“E’ ora di muoversi”, disse. 

Le mattine possono sembrare tutte eguali, soprattutto per chi non le conosce, per chi non le vive. Elena, che non dormiva ormai da diverse settimane, aveva imparato a riconoscerle, aveva cominciato a studiarle, a decifrarle, un passatempo, come tanti altri, per scacciare la noia e vincere l’insonnia. Già dai primi raggi del sole, già dai primi canti di uccelli capiva se sarebbe stato un giorno sereno oppure no.
Si alzava sempre presto, verso le tre, non perché avesse riposato a sufficienza, ma perché era stanca di stare nel letto, da sola. Si vestiva di tutto punto, usciva per fare due passi, per prendere sonno, diceva, mentendo a se stessa: sapeva bene dove sarebbe andata.Prendeva sempre quella strada che costeggiava il fiume e procedeva fino a raggiungere quel quartiere, quella via, quella casa che tanto aveva amato: porto felice dei giorni felici. Ora era solo l’arrivo di quel giro disperato fatto di dubbi e di incertezze. Rimaneva lì per qualche minuto, sotto quella finestra da cui si era affacciata regina. Ora la spiava, poco più che serva. A volte aspettava persino le otto, quando Stefano usciva di casa e saliva sulla sua auto per andare a lavoro. Come se niente fosse. Aveva l’aria felice, anche senza di lei.
Una volta, solo una volta, si trattenne nel giardino, celandosi dietro i cespugli; rimase lì per mezz’ora, aspettando di veder uscire quella che aveva preso il suo posto. Rinunciò: tornò sui suoi passi sentendosi terribilmente stupida, patetica. Aveva provato sempre pena per quelle donne che si facevano rovinare l’esistenza da un uomo, come se la vita girasse tutto intorno a quel disgraziato che chiamavano amore.
Elena respirò a fondo l’aria di quella mattina che ancora non lasciava svelare il suo mistero: era più frizzante del solito, più sottile, più intrigante. Il vento le parlava all’orecchio, il fiume dabbasso le suggeriva propositi che ancora non riusciva a decifrare. Eppure sentiva che avrebbe dovuto fare qualcosa, qualcosa per salvare la sua storia. E lo avrebbe fatto appunto quella mattina.
Avrebbe fatto di tutto per riaverlo, non avrebbe rinunciato così facilmente ai suoi occhi, né ai suoi baci, né al suo sorriso. Gli avrebbe dimostrato quanto ancora lo amasse e avrebbe affrontato quell’altra che si era messa in mezzo, quella maledetta che gliel’aveva portato via.
Doveva essere bionda, alta, magari con il seno più grande del suo. O forse era più brava a letto, nonostante avesse sempre fatto tutto quello che Stefano gli avesse chiesto, per fargli piacere. Doveva avere qualcosa, qualcosa che lei non gli aveva saputo dare. Ma cosa? Cos’altro poteva offrirgli se Elena gli aveva già dato tutto? Gli aveva dato la sua vita, e non era bastato.
Provò a chiamarlo al telefono, ma non le rispose. Chissà cosa stavano facendo. Riprovò, ancora nessuna riposta. Chiamò di nuovo, Stefano le attaccò il telefono in faccia. Come aveva potuto? Come aveva osato? Lo richiamò: segreteria telefonica.
Improvvisamente tutta la collera che aveva represso in quelle settimane le affiorò e si impadronì di lei. Prese le chiavi dalla borsa: il suono della lamiera incisa le diede una certa soddisfazione. Non era certo l’opera di un artista, ma anche così ridotta la macchina di Stefano le sembrava ancora bella. Armò la mano di un sasso e lo lanciò contro il vetro che si frantumò in mille pezzi. D’altronde lui le aveva spezzato il cuore: doveva pur vendicarsi in qualche modo. Ripeté l’operazione rompendo tutti i finestrini.
Il sangue le salì alle tempie e le rimbombava nelle orecchie, facendole sembrare lontano il suono dell’antifurto. Sperava che lo avesse svegliato, che lo avesse tirato giù dal letto e sottratto alle braccia di quella puttana. Ma niente. Anche l’allarme si stancò di aspettarlo. Era il colmo.
Salì le scale come una furia, aprì la porta con le chiavi che non aveva nemmeno avuto il coraggio di riprendersi. Si aspettava di tutto, ma non quello.
Ora sapeva cosa non aveva potuto dargli. Chiuse gli occhi, non poteva tollerare la vista di Stefano che giaceva nudo nel letto, insieme al suo amico Leandro.
Cominciò a gridare. Leandro si coprì con il lenzuolo bianco, Stefano invece scese dal letto con un balzo felino e corse da lei.
Ti prego, non urlare. Posso spiegarti tutto… le disse, cercando di abbracciarla.
Non voglio sapere niente! Mi fai schifo! Gli urlò contro Elena, riempiendolo di pugni per sottrarsi al suo abbraccio. Stefano le immobilizzò le mani e la strinse forte a sé. 

Lasciami! Gridava Elena. Ma voleva dire “prendimi”. 

Stefano la portò sul letto e cominciò a baciarla come sempre, come se niente fosse. Elena non riusciva più a ribellarsi: ogni ira, ogni domanda, ogni pregiudizio scomparve nel piacere di quei baci che rimpiangeva ormai da giorni. Dopotutto era sempre lui, e lo avrebbe accettato anche così, ad ogni costo, pur di stargli accanto. Nel frattempo altre mani si posarono sul suo corpo, altri baci le risalivano furtivi lungo la schiena. Era Leandro. Elena guardò un attimo Stefano che per tutta risposta la ricambiò con un sorriso di approvazione.
Sotto il calore del corpo di Leandro, Elena riuscì a capire di cosa si fosse innamorato il suo uomo: ne avvertiva il desiderio, la passione, il suo respiro caldo su di sé, la voglia di stringerla e di possederla.
Era venuta per regolare i conti e finì per accettare un compromesso inaspettato.
Avrebbe continuato ad amarlo. Lui l’avrebbe amata come sempre, nonostante amasse anche l’altro. E l’altro avrebbe capito perché lui l’amava.
E poco importava se qualcuno di sotto aveva chiamato la polizia che già bussava alla porta…
 

provini - Ti strapperò l'amore, Matteo Iacobucci

TI STRAPPERO’ L’AMORE 

Matteo Iacobucci


L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. 
“E’ ora di muoversi”, disse. 

Non l’avrebbe mai immaginato. Era impossibile che l’amore – anche quello ormai morto e sepolto sotto una caterva di bugie e scuse patetiche – facesse così male.«Pensi sia davvero necessario?» le chiese Ivano.Elena arrestò il passo e lo guardò. Il suo volto era sudaticcio e pallido, i capelli castani accarezzavano appena la fronte. La ragazza non poté fare a meno di sorridere, ma fu solo un impercettibile raggio di sole nella tempesta interiore che stava affrontando. «Ivano, tu sei tutto per me».
Il ragazzo arrossì.
«Sai che non ho scelta. Giancarlo mi tiene in pugno».
«Ci tiene in pugno» precisò Ivano. «Credi che io non soffra per la piccola Gabriella?».
Elena pazientò qualche attimo prima di rispondere. «Non ho mai detto questo».
Gliel’aveva strappata dalle mani. E lei non aveva più avuto occasione di rivederla, di darle il bacio della buonanotte. Quando si perde qualcosa di caro e prezioso, qualcosa che ci sta particolarmente a cuore, solo allora si comprende la potenza di una psiche tormentata. Elena aveva iniziato ad accusare i primi sintomi quando, nel corso dell’ultima fiera di paese, sua figlia si era improvvisamente allontanata da lei. L’aveva cercata per qualche attimo, giusto il tempo per notarla tra le figure erette che con clamore si contendevano capi di abbigliamento ai lati delle bancarelle. Sua figlia sorrideva a un uomo che lei aveva conosciuto fin troppo bene.
Giancarlo era cambiato, però. Così tanto che il loro matrimonio era naufragato dopo nemmeno un anno. L’uomo aveva salutato sua figlia alla vecchia maniera, con un piccolo bacio sulla fronte e una sfregata ai capelli biondi, poi si era chinato sulle ginocchia, le aveva sussurrato qualcosa e i due si erano incamminati verso ovest. Elena aveva accelerato il passo, ma il frenetico brulicare della gente l’aveva rallentata parecchio e quando era arrivata in zona sia Giancarlo che Gabriella si erano dissolti come vapore.
Lui le aveva telefonato la sera stessa. Aveva descritto la sua giornata con la bambina come «fantastica, meravigliosa, la migliore della mia vita». Poi, alle domande incessanti di Elena, aveva ceduto, o forse così aveva fatto credere. «Gabriella è con suo padre. Ci stiamo divertendo un mondo, non è vero?» Giancarlo aveva avvicinato la cornetta del telefono all’orecchio della piccola, che con voce stridula aveva confermato: «Papà è molto divertente!».
Elena non riuscì neanche a salutarla. Giancarlo era già ritornato. L’acustica cambiò e la ragazza immaginò che il suo ex marito si fosse spostato in un’altra stanza.
«La porterò con me in Turchia» aveva detto Giancarlo.
«No, tu …».
«È il mio lavoro che mi impone di andare lì. Non voglio perdere mia figlia».
«Il tribunale ha detto che puoi vederla due volte a settimana, non…».
Giancarlo aveva urlato: «Me ne fotto delle sentenze del tribunale!» poi aveva provato a riacquistare la calma e il suo tono era ridiventato placido. «Voglio la tua vita» le aveva detto. «Tu hai preso la mia e l’hai rovinata. Io pretendo la tua. Oppure porterò via per sempre nostra figlia. Non provare a chiamare la polizia, primo perché non riusciranno mai a localizzarmi, secondo perché commetterò una follia e tu sai quale. Nove marzo. Ci incontreremo sulla vecchia collina appena fuori città, a circa duecento metri dall’inizio dei quartieri residenziali. Vieni all’alba».
«No, aspetta, ascolta, io …».
Poi Elena aveva contemplato solo il ronzio della linea morta.
La sua vita in cambio di quella della sua bambina. A primo impatto le era parso uno scambio alla pari, ma poi aveva riflettuto a fondo e pianto durante le notti infinite che l’avevano separata dalla data prefissata per l’incontro. Giancarlo non l’aveva mai perdonata. Ivano era sempre stato per lei come un fratello, ma quella maledetta sera, stordita dall’alcol, aveva ceduto alle sue avances. Avevano fatto l’amore per ore, incuranti del pericolo del rientro a casa di Giancarlo. Lui era rincasato con qualche minuto di anticipo e quando aveva visto sua moglie con le gambe avvinghiate al collo di colui che aveva sempre considerato un buon amico, aveva dato di matto picchiandoli entrambi selvaggiamente. La polizia l’aveva arrestato e trattenuto per quattro giorni. Una volta fuori erano iniziate le pratiche per il divorzio. Il fallimento di quella bella storia d’amore era dipeso da entrambi, dalla superficialità di Elena e dallo scarso senso di responsabilità di Giancarlo, lavoratore precario, marito a mezzo servizio, padre assente.
La luce rossa dell’alba ne delineava appena la silhouette. Il fisico era protratto in avanti, lo sguardo fisso a metà tra lei e Ivano. Era alienato. Lei gli aveva strappato il cuore, lui voleva strappare lei alla vita. Semplice, crudele, spaventoso. Non appena Elena e Ivano arrivarono in cima alla collina, Giancarlo lasciò andare la piccola. La salutò e la bambina si tuffò tra le braccia di Ivano. Bastò uno sguardo di Elena per far sì che Ivano si congedasse salutandola con un triste bisbiglio.
Elena fissò Giancarlo. Lui fece dieci passi in avanti ed estrasse una pistola. Elena non era esperta di armi, ma era sicura che fosse una delle più potenti. Giancarlo la guardò negli occhi ancora una volta. Elena decise di attendere il buio ad occhi aperti. Il colpo esplose.
Giancarlo se lo inflisse alla tempia dopo aver sussurrato: «Ho fallito». Cadde a terra inerme e si posò violentemente sull’erba. Il cranio era immobile come quello di una marionetta. Il sangue raggiunse le scarpe di Elena, che con un respiro affannoso sembrò fondersi col rosso del cielo. Quell’incubo sarebbe stato infinito. L’avrebbe rivisto negli occhi di sua figlia.

provini - La coscienza, Luca Giovagnola

LA COSCIENZA

Luca Giovagnola

 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. 
“E’ ora di muoversi”, disse. 

La macchina cullava Elena in un dolce sonno, tra le stradine di campagna, prese piano perché non si svegliasse col suo dolce sorriso da bambina, scena armoniosa e piena di grazia quella, data dalla morbida luce del sole che tardava a sorgere, dal sorriso dolce di lui, dalla mano esperta che cambiava rapidamente per andare a sostenere la sua dolce testolina che scivolava sul sedile, tutto bellissimo, peccato che lei fosse una puttana. Baby prostituta per la precisione, e no, non le piaceva quella vita e lui non era dolce perché le voleva bene, solo perché l’aveva prenotata per una serata intera pagando duemila in anticipo: poteva fare di lei ciò che voleva, pur sapendo che una ragazza di sedici anni con un vecchio sulla cinquantina, con i lunghi unti capelli grigi, non si sarebbe mai concessa, neanche per sogno. Come lo so? Facile, io sono l’amico della puttana, quello che non se la scopa. Ma entro molto dopo in questa storia, tra poco più di ventiquattr’ore, perché mentre lei dorme io mi sto organizzando la serata…
Io puntavo a un’altra quella sera, avanzavo inglobando a bocca aperta ogni singola molecola di ossigeno che io e lei condividevano. La scorsi con la coda dell’occhio, quando l’altra alzò il bicchiere pieno di Bourbon e urlò in modo da farsi sentire da tutta la sala: “Brindo al miglior poeta che si sia mai visto”. Era tornata quella sera affamata come gli altri, sapeva cosa aspettarsi da una serata del genere, ma non si aspettava me e solo per me avrebbe cambiato i suoi programmi e aperto il confessorio. Stavo sdraiato sopra una panchina sorseggiando da una bottiglia di Jack Daniels che avevo confiscato al buffet, la tenevo stretta in mano, sorseggiavo e pensavo che l’avesse fatto solo per avere la certezza di potermi parlare. A lei bastava che l’ascoltassi e che dopo un discorso che spesso non capiva le dicessi: “Non sei cambiata”, lei era contenta di ciò, si sentiva meglio, liberata, e gli compariva sul volto un sorriso da infante felice, come se per lei quella frase bastasse a tornare bambina; eppure integra non era mai stata mai, era compromessa, ma come biasimarla, chi vorrebbe sentirsi dire: “I tuoi genitori invece del pane dovevano darti carezze, ed ora le vai cercando tra uomini più grandi di te”, come tanti preferiva ignorare la sua natura. Si avvicinò a me barcollante, le feci posto sulla panca, sorrideva e non diceva niente, mi guardava soltanto inebetita, le dissi: “Che vuoi? Grazie a te, pure qua non si combina niente, gli altri pensano che tu stia con me”, lei si fece più sorniona e strisciando verso me disse: “A questo si potrebbe rimediare”. “Non voglio, lo sai”. Per un attimo mi passarono per la testa le storie che mi raccontava, quelle che gli devastavano il cuore. Iniziava il mio di lavoro. Ce l’hai una sigaretta?”, come ai vecchi tempi mi passò un pacchetto intatto e un accendino, me ne accesi una. Ci fu un attimo di silenzio, poi dissi “Dai su racconta com’è andata quest’anno?”. S’era comprata un appartamentino in centro e l’aveva anche arredato con i soldi che guadagnava, non lavorava di più, semplicemente si faceva pagare di più, era giovane e ci sapeva fare e la pagavano sempre un po’ più delle altre. Ora stava bene, s’era ammalata per un periodo e lì era stata dura, il dolore vero ti lascia in faccia segni che non si cancelleranno, il lavoro subito dopo l’ospedale per poter mangiare. I genitori una volta scoperto il suo lavoro che faceva l’avevano cacciata via di casa. C’era un tossico che l’amava, una sera lui la voleva obbligare a farsi, lei gli aveva rotto la siringa e lui l’aveva massacrata di botte, lei era andata in ospedale. Ed era ancora sbronza del fatto quando era arrivata alla fine del racconto di un anno da sopravvissuta. Le dissi che ora stava crescendo, che doveva imparare a vivere quel mondo marcio con una certo distacco, di cercarsi un altro lavoro: “Dovresti finirtela di bere così” le dissi, “Anche tu” rispose lei sorridendo e per un istante ci tornarono alla mente tutti gli amici che si erano persi per strada, tirai su un sorso dalla bottiglia e la porsi a lei. “Non finire come gli altri”. Mi guardò con disprezzo perché lei si sentiva parte ancora di quella gente, ma sapeva che io ero diverso. Stava per riprendersi le sigarette quando tentò d’alzarsi, ma cadde rovinosamente sulla panchina, m’alzai e la sostenni, la portai verso un tavolo. Mangiammo gli avanzi del buffet, oramai freddo, avevo trovato lì vicino un quarto di bottiglia di vino che avevo riempito fino all’orlo d’acqua, gliela porsi. All’inizio mangiava restia, arrabbiata, ma sapeva che mi sarei comunque preso cura di lei, faceva buon viso a cattivo gioco, per farla star meglio iniziai a parlare di me, la feci ridere, la pelle contratta si sciolse per un attimo. Sulla tavola c’erano sorrisi e cibo freddo, lei raccontava come fosse immersa in un suo universo a parte mentre che io l’ascoltavo a tratti attento, a tratti distratto. Mio malgrado alla fine ero sbronzo, ridevo delle mie stesse battute, e mi distraevo da lei per ascoltare la musica che oramai stava chiudendo la serata. L’ultima canzone fu Sultans of Swing suonata piano, mi alzai e l’invitai a ballare ma non riusciva ad andare a tempo così iniziammo un lento, rimanendo in pista anche quando la musica era finita e i musicisti smontavano. Alla fine ci crollammo addosso, ci rotolammo per terra nei vestiti buoni, e ci addormentammo sul pavimento freddo, uno da una parte, una dall’altra. Verso le undici del mattino ci svegliarono. Lei mi riaccompagnò a casa, non dissi niente per tutto il viaggio, poi sotto casa mia mi disse un “Grazie”, gentile “ Dovere” risposi. 

provini - Rinascita, Valerio Zavaglia

RINASCITA

Valerio Zavaglia

 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“E’ ora di muoversi”, disse. 
 
Si alzò dal letto ma un giramento di testa improvviso la costrinse a stendersi nuovamente. Chiuse gli occhi e respirò a fondo. Tentò nuovamente di alzarsi, questa volta lentamente. Seduta sul bordo del letto fece vagare lo sguardo per la stanza. Alla sua sinistra la porta di noce che conduceva fuori, nel corridoio dell’hotel, a destra – invece – quella socchiusa del bagno. Una lama di luce filtrava dallo spiraglio lasciato aperto. Elena si passò una mano tra i capelli e ripensò alla sera prima, a lui. Era una sabato sera come altri, senza pensieri né preoccupazioni, una serata all’insegna del divertimento. Era seduta nel locale, uno dei migliori della movida romana, quando si era avvicinato. Era affascinante e dai modi che la maggior parte degli uomini aveva dimenticato. Aveva chiesto se poteva offrirle da bere, lei aveva accettato. Tra un Cosmopolitan e un Martini avevano cominciato a parlare, lanciandosi in una fitta conversazione che li aveva estraniati dal mondo. Il suo profumo le dava alla testa e i cocktail che continuava a mandar giù non l’aiutavano a restare lucida. Un argomento dopo l’altro, parola che segue parola, si era trovata a seguirlo in macchina: una berlina più nera della notte. Si erano allontanati da quella musica, da quella gente che muoveva i corpi a un ritmo frenetico. Si erano allontanati, i fari allo xeno che fendevano l’oscurità. Erano arrivati davanti a un hotel. Lui, veloce, era sceso e le aveva aperto la portiera, tendendole la mano. Entrarono nell’hotel, nell’ascensore e poi nella stanza. Le offrì da bere e lei non mancò di accettare. Quello che seguiva era confuso, annebbiato dal troppo alcool. Ricordava le labbra fredde che le percorrevano il collo, le mani abili che le toglievano il vestito e si andavano a posare sui seni, stringendoli. Ricordava quell’uomo così affascinante sopra di lei, dietro di lei. Poi il nulla. Ora, seduta sul bordo di quel letto, aveva un leggero mal di testa e una voglia impellente di pisciare. Si alzò e attese qualche secondo, i piedi scalzi sulla moquette, per assicurarsi che qualche simpatico giramento di testa non l’avrebbe stesa dopo il primo passo. Quando fu sicura di essere abbastanza stabile si avvicinò alla porta del bagno e picchiò le nocche sulla porta. “Marco sei lì dentro?” domandò.
Nessuna risposta.
Spinse la porta ed entrò. Il bagno era vuoto, nessuna traccia della presenza dell’uomo. Andò al wc e urinò. Mentre si voltava per tirare lo sciacquone rimase di sasso. Del sangue riempiva la tazza e dell’altro le colava tra le cosce, andando a macchiare il pavimento. Trattenne un urlo.
“Andiamo, saranno delle perdite dovute al rapporto” pensò, cercando di rassicurarsi. Ma il sangue perso era tanto, troppo.
Si chinò per tirare la catena e una fitta atroce all’addome la lasciò senza fiato. Si portò la mano al ventre e quello che sentì la terrorizzò ancor più del sangue.
Era gonfio.
Poi un’altra serie di fitte la costrinsero a terra. Si trascinò alla parete e guardò la pancia gonfiarsi in maniera inquietante. La pelle, fredda e dura, era irregolare. Altre fitte, ancor più violente di prima, la fecero urlare. Poi, sotto la sua mano, sentì qualcosa muoversi prima lentamente e poi sempre più veloce. Il dolore crebbe d’intensità mentre quella cosa dentro di lei cresceva. Il suono sinistro delle sue ossa che si spezzavano la fece entrare nel panico. Iniziò a urlare con tutto il fiato che aveva mentre il ventre le si stava lacerando dall’interno. Elena iniziò a piangere. Non voleva morire, non in quel modo. Urlò, fino a soffocare con il suo stesso sangue. Con le ultime forze mosse lo sguardo verso il ventre devastato e gli occhi, prima di spengersi, le si colmarono d’orrore. 
 
******
Marco entrò nella stanza, sapeva che era tutto finito. Osservò il letto, dove poche ore prima aveva fottuto quella puttana, e si diresse nel bagno. La scena che vide lo eccitò. Il pavimento e i muri erano sporchi di sangue. Riversa a terra, come una bambola di pezza, c’era Elena. Marco si avvicinò, colmo di piacere e gioia nel vedere la creatura seduta sulle gambe del cadavere. Aveva le fattezze di un neonato. Gli occhi neri e famelici, la pelle bianca macchiata di sangue. In una mano grassoccia reggeva gli intestini della troia, se ne cibava.
Era magnifico.
Il bambino mosse la testa e puntò gli occhi neri su di lui, attirato dalla sua presenza. Marco, veloce, poggiò un ginocchio per terra e s’inchinò.
 
“Bentornato mio Signore”disse.

Provini - selezione Team Donne Under 30

TEAM DONNE UNDER 30 (coach: Annalisa Caravante)











Valutazioni e selezione autrici Team 

- leggi il post originale qui - 



 


Claudia Aprea

Alessandra Bertini

Viviana Cardone

Sara Filice

Serena Lavezzi

Melato Aisha Adelaide

Norma Nassi

Sciannimanico Cosima

Orina Tardo

Annarita Tranfici