lunedì 27 ottobre 2014

provini - Pezzi di un insieme di vita da ricomporre, Spiriticchio


Pezzi di un insieme di vita da ricomporre
Spiriticchio


L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte."E’ ora di muoversi", disse.

Gli è sempre piaciuto giocare con le nuvole.Volgere lo sguardo al cielo e cercare nei nembi tutte le forme più assurde che la fantasia gli suggeriva.Ha dato vita a draghi e cavalli ,volti pensierosi o sorridenti e in fondo ,in mezzo a quei messaggeri di pioggia ,non faceva altro che rintracciare la sua essenza ,a volte quieta ed innocua ,delle altre temporalesca e pronta ad esplodere.La sua fragilità non gli faceva vedere le meraviglie nascoste in lei ,si chiudeva spesso nel suo mondo dove si rifugiava quando il mondo attorno la voleva rapire per plasmarla in qualcosa di finto…Ombre e pensieri accendono dibattiti :Sto facendo la cosa giusta ho è solo una momentanea perdita d’equilibrio ,in fondo ….tutto sommato…..ma no no è la cosa giusta e poi non poteva continuare …….Questa volta non sarebbe tornata sui suoi passi,era lontana da ciò che la faceva soffrire decisa a non tornare più indietro.Era stanca ,esausta e soprattutto avvilita .Chissà se sarebbe riuscita a cominciare a vivere invece che limitarsi a sopravvivere .Due sue care amiche d’infanzia ,Veronica incallita single,più giovane di lei con una energia eccezionale,Francesca sua coetanea, reduce da vicissitudini sentimentali, con cui c’è una buona affinità, anche se appartengono a ritmi e stili di vita differenti,sapendo del suo ritorno in città s’erano fatte vive per salutarla,si chiusero nella stanza che i suoi genitori avevano preparato per il suo ritorno,incominciarono a parlare scherzando,come si fa tra donne,intanto si era rifugiata sulla sua nuvoletta personale e ascoltava il vociare nella stanza, a volte rispondeva dando l’impressione della sua presenza,improvvisamente s’è sentita tirare una manica,ha guardato in basso e una faccina tonda con gli occhi azzurri e i capelli corti biondissimi le stava dicendo:”tu chi sei?”, poi vide Filippo seduto di fronte a lei,con gli occhi azzurri dietro gli occhiali ,aveva un taglio di capelli super-corto, che rispecchiava la sua posizione da serio Manager di trentacinque anni.Quello che gli stava tirando la manica era suo figlio Domenico, identico a lui.Aspettava una mia risposta, avrebbe voluto raccontargli intere favole in cui era principessa, fata, regina, come piace ai bambini, ma gli disse soltanto:“Sono Elena e ti voglio già bene”. Gli è piaciuta come risposta. E’ andò subito a comunicarlo gioioso a sua madre.Le ricorda lei a quell’età, quando passava le estati in questa casa,Filippo la salutò e ritornò a giocare con suo figlio Domenico,mentre lei continuò a dedicarsi alle sue amiche,aveva raccontato il meno possibile di lei,le interessavano molto di più loro con le loro vite e i loro giorni che passavano

dove era nata, nella terra dove ha lasciato intatte le sue radici mai essiccate, Perché soffro così tanto? -si chiese ,si sentiva più extraterrestre qui dove è nata, di dove viveva con Luigi.E’ una considerazione desolante: chi va via da un posto, immancabilmente non è più né da una parte, né dall’altra.Ha visto la sua immagine riflessa nello specchio di un comò antico,composto da tanti riquadri che rendono il riflesso dell’immagine frammentata, otto per la precisione,desiderava essere Elena tutta intera, omogenea e coerente.Veronica e Francesca giunsero al momento di salutarla per far ritorno nelle loro rispettive case dove da li a poco tempo più tardi si sarebbero dovute preparare per pranzare .

Sua cugina Maria, l’ha raggiunse chiedendogli :“Tutto bene?”

Erano cresciute assieme,ma erano venti anni che non si rincontravano,guardandola ebbe l’impulso forte di piangere e di raccontarle tutto, ma non poteva, non adesso, le disse soltanto: “ Più o meno. Sono molto stanca “-rispose

“ ti va di chiacchierare un po’ con me ? è da molto tempo che non lo facciamo,sono curiosa di sapere come hai passato questi anni senza la mia compagnia “-chiese Maria

“ Vorrei riordinare la stanza Veronica e Francesca non mi hanno dato il tempo di provvedere mi hanno bombardata di racconti e aneddoti delle loro vicissitudini,ho la testa piena di parole… “-aggiunse Elena

La guardò e le diede un bacio sulle guancia ,Elena ebbe l’impressione che avesse percepito qualcosa di strano in lei ma sapeva che appena fosse stata pronta per una confessione sarebbe andata da lei ,ora non era il momento e questo Maria l’aveva capito,l’aveva vista crescere e conosceva ogni singolo atomo che componeva il suo corpo .Si sentiva così confusa... Doveva riordinare tutte le idee prima di poter parlare a qualcuno.Maria era accanto a lei il giorno delle sue nozze come testimone, emozionata e con gli occhi lucidi,ma felice per il traguardo che stava raggiungendo,lei che aveva trent’anni,due figli un marito,ma sempre gli stessi occhi,quelli che conoscono i suoi dolori più acuti e tutte le sue incertezze.Una cosa era certa: stava cambiando qualcosa dentro di Elena,inevitabilmente!,anche nel rapporto con suo marito Luigi,si era incrinato qualcosa.Guardò ancora il riflesso della sua immagine scomposto nei riquadri di vetro,pezzi di un insieme di vita da ricomporre.Un pezzo era l’Elena bambina, vissuta in un paesino del sud adorata e protetta per lungo tempo da un ambiente familiare molto speciale. Un altro pezzo era l’Elena ragazza, studente universitaria con migliaia di prospettive per il suo futuro, ottimista e fiduciosa nel proprio avvenire. Un pezzo era l’Elena moglie efficiente e compìta di un uomo che le avrebbe cambiato la vita. Un pezzo era l’Elena ineccepibile professionista rispettata da colleghi e subalterni come pochi. Un pezzo era l’Elena insoddisfatta di sé e della sua vita di donna. Troppi pezzi, difficilmente conciliabili, o almeno così le sembrava. Fra l’altro mancava un pezzo importantissimo che non c’era nello specchio e non sapeva se vi avrebbe mai fatto comparsa.Era il pezzo Elena-mamma. Al solo pensiero si sentì soffocare da quel nodo così forte che aveva avvertito acquattato in un angolo del suo cuore .

provini - La casa, Cateno Marco Camalleri


                                   La casa
                               Cateno Marco Camalleri

L'aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l'aria ancora frizzante della notte. «È ora di muoversi», disse.

Giulio la guardò pronunciare quelle sillabe con pesantezza, come se avesse dedicato tempo per sceglierle durante quella notte insonne. Le prese delicatamente le mani e la aiutò a rialzarsi dalla chaise longue sulla quale aveva atteso l’alba, mentre lui, seduto nella poltroncina proprio accanto, provava a intuirne i pensieri, ad individuare il punto esatto verso cui dirigeva immobile lo sguardo. In silenzio accanto a lei aveva sorseggiato con discrezione del liquido ambrato, attento a non produrre suoni. La città stessa aveva offerto un panorama anestetizzato, silenziosamente in attesa del primo raggio di sole, rispettosamente incline al sonno indotto, forse, per non disturbare la donna e le immagini che scorrevano nei suoi occhi. E alla fine quell’attesa era stata premiata da quei pochi suoni, distillati nonostante lo spasmodico desiderio di rallentare il tempo, di fermare il battito inesorabile del piccolo pendolo della cucina: ogni quarto d’ora il meccanico ricordare l’ineluttabile aveva rovesciato il suo scandire sulla donna distesa immobile, su quel terrazzo inondato dal profumo di gelsomino e menta.

L’idea di dormire lì era venuta a Giulio; sapeva quanto la moglie tenesse a quella casa, quanto le fosse costato accettare le pressioni dei fratelli a corto di liquidi, e ricordava il suo silenzio quando la tizia dell’agenzia le aveva comunicato il sì dell’acquirente. Elena aveva fatto solo un cenno impercettibile, e aveva preparato le due reti superstiti nell’ultima camera in fondo al corridoio, adagiando sopra due materassi di lana stravecchia e due lenzuola recuperate da un comò. Alle due di notte però lei non sembrava aver voglia di dormire, così Giulio aveva tirato fuori dallo stipetto della cucina una bottiglia di cognac stantio, lo aveva versato in due bicchieri di plastica e si era sistemato accanto alla moglie, anche lui assorto in pensieri caotici, attendendo il manifestarsi del primo sole.

Nella cucina Giulio armeggiò a lungo con il gas spento da tempo, mise sul fuoco una caffettiera che una volta doveva essere blu e attese il gorgogliare del caffè. Bevvero anche quello in silenzio, in piedi, poggiati sul marmo del parapetto. Il mare del vicino porto era un olio iridescente sotto la luce ancora radente del sole. Navi ormeggiate sonnecchiavano, popolate da rari esseri umani sui ponti scoperti. Elena si chiese cosa mai l’avesse trattenuta dal fuggire via su una di quelle navi, per allontanarsi da quel mondo che le sembrava spesso claustrofobico. Le aveva viste centinaia di volte allontanarsi sempre più veloci, verso l’orizzonte, e sparirci dietro come dissolte, evaporate di colpo insieme all’acqua che le bagnava, magari trasmutate nelle nuvole minacciose che vedeva sorgere da quel bordo di mare lontano.

Il campanello della porta suonò due volte: era la tizia dell’agenzia in perfetto orario e con l’aria stizzita di chi avrebbe voluto essere da un’altra parte. Giulio le tributo il sorriso stropicciato che la notte bianca gli aveva lasciato in dote. «Sì, mia moglie arriva subito», disse. Elena priva di qualsiasi espressione e ancora confinata nel suo piccolo mondo interiore, guardava le scene iniziare e concludersi al rallentatore: stringere la mano della tizia, consegnare i due mazzi di chiavi e quasi involontariamente scivolare verso la porta. Azioni ovattate nei suoni e nelle sensazioni tattili, quasi fosse seppellita sotto uno dei materassi di lana, celata al mondo come quando giocava a nascondino con i fratelli.

Prima di uscire dalla casa si voltò a guardare il lungo corridoio: dalla finestra di una stanza una lama di luce lo attraversava, infrangendosi sulla parete marchiata dalle impronte dei quadri portati via il giorno prima. In fondo, un bambino con i capelli rossi urlò «sei pronta?». La bambina con il prendisole giallo si sistemò sul piccolo triciclo facendo di sì con la testa. Elena aveva una paura folle, e sarebbe voluta scendere mentre il fratello spingeva e l’accelerava. Poi si girò di scatto, avvertendo un tonfo metallico proprio dietro le sue spalle. La bambina iniziò a piangere e a lamentarsi, mentre la mamma, asciugandosi le mani con uno straccio, gridava qualcosa contro di lei, e il fratello sbraitava che non era colpa sua.

Nell’androne del palazzo, Giulio vestito a festa con i jeans Carrera a sigaro le venne incontro. Aveva la faccia terrorizzata del ragazzino di sedici anni e un pacchettino in mano.

«Buona sera signora… Casa Benelli?», chiese il ragazzo con un filo di voce.

«Ultimo piano», rispose il marito. Elena avrebbe voluto dirgli di non preoccuparsi per il regalo, perché le sarebbe piaciuto quel quadretto a specchio di Holly Hobbie, che ancora oggi era in camera sua. Il ragazzo però aveva fretta; era la prima volta che andava al compleanno di Elena e si era infilato nell’ascensore quasi senza ringraziare. Il marito lo vide scomparire dietro la feritoia di vetro e mentalmente rilesse tutte le scritte incise sulla parete dell’angusta cabina, compreso quel fastidioso "Peppe ama Elena", dentro un cuore sbilenco. Gli dava ancora la stessa sensazione acida, sebbene sapesse che quell’Elena era una studentessa del quarto piano.

Per strada Giulio notò che la moglie zoppicava vistosamente e le porse il braccio per sostenerla sino a casa.

«Fa male?», disse indicando con un cenno il ginocchio graffiato e sanguinante.

«Un po’. È che scivolando dal triciclo ho urtato il mobiletto del telefono.»

«A casa ti disinfetto con lo spirito.»

«Pensi che brucerà?»

«Non so. Magari solo un po’, ma prima o poi passerà.»

«Prima o poi…», ripeté Elena con un pallido sorriso. Poi si strinse ancora di più al braccio del marito. E finalmente pianse.



provini - Larve umane, Gianluca Ingaramo

Larve Umane
Gianluca Ingaramo


L'aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l'aria ancora frizzante della notte. «È ora di muoversi», disse.

Quattro semplici parole, il sunto di una decisione presa. Fissai per un attimo la mano che mi porgeva per aiutare a rialzarmi. Come se questo fosse ancora possibile, dopo la fine di tutto e l'infrangersi dei sogni contro la barriera della realtà.

Cresciuto in un decadente quartiere di un’agonizzante metropoli, vissuto di espedienti e di rifiuti, alzavo gli occhi e vedevo le stelle. Ero uno dei pochi ragazzini ad ascoltare rapito le storie dei vecchi, memorie di prosperità e di paradisi perduti. Quando era troppo buio persino per rovistare tra i rifiuti alla ricerca di cibo, io sognavo a occhi aperti, dimentico del freddo e della fame, perso negli spazi infiniti della mia mente.

La voce narrante diventava sottofondo di riflessioni. Coglievo soltanto pochi brani, fantasticavo di eroi lanciati nello spazio per catturare quei puntini luminosi, per andare alla conquista di nuovi territori da portare in dote al genere umano. Quello era il mio destino, lo sentivo: dedicarmi alla scienza per volare via da quell’inferno. Quando il Governo decise di finanziare un programma per la Colonizzazione, fui uno dei primi a iscrivermi. In un mondo di disoccupazione generalizzata e di miseria, solo le professioni di scienziato o di astronauta potevano garantire un’opportunità: questo recitava la campagna pubblicitaria governativa.

Superai le severe selezioni, mi iscrissi all’Accademia, divenni uno scienziato.

Insieme rispolverammo progetti di navi spaziali vecchie di tre secoli e, per la nostra totale incompetenza, le prime missioni fallirono miseramente. La nave spaziale Gea II esplose al decollo, mentre Gea III per un errore di calcolo non riuscì a vincere la forza di gravità ed entrò in orbita geostazionaria, dove i malcapitati astronauti morirono di fame e di stenti.

Prima della partenza di Gea IV, ci prendemmo una pausa di riflessione. Un ulteriore insuccesso sarebbe stato fatale al piano di colonizzazione spaziale, oltre che a me personalmente, in quanto venni scelto per la missione come coordinatore scientifico.

Sul pianeta Terra, alle soglie del terzo millennio, l’annoso problema della sovrappopolazione era diventato insostenibile e le genti si dibattevano per sopravvivere tra continue sommosse e carestie. Le risorse del pianeta erano insufficienti per provvedere alle crescenti esigenze della popolazione, ammassata negli immensi alveari delle decadenti metropoli. Madre Terra era vecchia e stanca, lasciava morire i suoi figli a milioni. Il Governo Planetario pensò di arginare la crisi attraverso il tanto discusso programma di Colonizzazione Spaziale. Gli uomini erano diventati adulti, era giunto il momento di abbandonare lo scomodo nido materno e di cercare un’altra Casa. Nuovi mondi vennero esplorati, nuovi avamposti umani vennero fondati in regioni distanti decine di anni luce, dove i pionieri dovettero lottare contro una natura inospitale... [stralcio riprodotto da: Storia Universale - vol. 6 - Gli Anni Pionieristici della Colonizzazione]

Alle enormi cupole in plexiglass rinforzato, abitate da tecnici e scienziati, seguì una colonizzazione di massa. Vennero costruite le città, piegando alle umane esigenze quel magnifico e rigoglioso pianeta alieno. Ricco di minerali, vegetazione e splendide forme di vita, divenne il nuovo Eden. Poi accadde l’imprevisto: una terribile malattia altamente contagiosa, che trasformava gli uomini in mostri deformi, si diffuse a velocità esponenziale. Lavorai notte e giorno, ma riuscii a trovare un vaccino, sperimentandolo subito sulla mia assistente Elena e su di me.

Immuni al contagio, armati di una cura e di una speranza, entrammo nel reparto di quarantena dell’ospedale. E sprofondammo nella disperazione quando, proprio sotto i nostri occhi, i pazienti riuscirono a eludere le misure di contenimento per riversarsi all’esterno della struttura.

Gli esseri si strappavano le carni putrescenti di dosso, mentre le escrescenze che avevano sulla schiena si gonfiavano fino a lacerare la pelle. Ma sotto quella devastazione, c’era un nuovo strato cutaneo, candido e perfetto; dalle innaturali escrescenze sulla schiena spuntavano candide ali piumate. Alcuni, in fase più avanzata della metamorfosi, provavano a flettere i nuovi muscoli delle ali, cercavano il vento favorevole, si alzavano in volo con grazia e leggerezza che non avevano nulla di umano. Volavano sempre più distante, sempre più in alto, sfruttavano con innata maestria le correnti ascensionali e comunicavano tra loro emettendo sonori richiami.

Il tanto temuto morbo trasformava in larve umane, mero stadio di crisalide in un processo di adattamento rapido e complesso. Nel pianeta non esistevano creature di terra e anche gli uomini dovevano adattarsi. Non bisognava cercare un antidoto, bensì esporsi al processo evolutivo.

Incapace di parlare per l’emozione, rimasi a fissare a bocca aperta quei puntini sempre più piccoli. Ormai era impossibile tornare indietro. I nuovi angeli erano scomparsi oltre la linea dell’orizzonte, volavano liberi in un cielo alieno, popolato da migliaia di creature alate. Mentre noi, che avevamo rinunciato a tutto questo, avremmo per sempre strisciato, quali sgraziati bruchi, in un mondo popolato da splendide farfalle.

Afferrai la mano di Elena con la forza della disperazione. Dalla posizione privilegiata sul terrazzo dell’ospedale, avanzando verso il parapetto, lasciai scorrere lo sguardo sul mondo terraformato, ormai tristemente inadatto alla vita dell’uomo.

Mi lasciai cadere nel vuoto insieme a lei, e ancora sognavo di poter volare via, quando invece andavo incontro alla fine di un novello Prometeo, cui il sole della scienza aveva bruciato le ali.

provini - L'arte della sopravvivenza, Salvatore Anfuso

L'arte della sopravvivenza
Salvatore Anfuso

“L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «È ora di muoversi», disse.”

Poco lontano, sulla cima di un altro edificio, un uomo attendeva solitario la stessa alba. Sedeva sul bordo della terrazza, con le gambe incrociate e gli occhi serrati. Le mani poggiate placidamente sulle ginocchia trattenevano un fucile disteso di traverso. La linea che demarcava il confine tra il buio e la luce arretrava con costanza, lasciando esposte all’avanzata del giorno porzioni sempre più ampie della casupola di accesso alle sue spalle. Lì una porta metallica pendeva da cardini arrugginiti, stonando con una telecamera intonsa montata sul muro sopra di essa. L’uomo aprì gli occhi e osservò la città sotto di sé. Edifici ancora in piedi come quello erano ormai pochi nella città vecchia. Il resto era un rottame di calcinacci, palazzi sventrati e tetti crollati. Crateri ampi come automobili solcavano strade deserte. Una pace irrequieta vegliava sui morti come un antico scialle sul dorso di un re defunto.

Il suono lungo e monodico di una sirena ruppe il silenzio. A quel richiamo l’uomo impugnò il fucile e iniziò a caricarlo con gesti fluidi che si susseguirono con un automatismo fatto di abitudine e addestramento. Le cartucce, inserite una dietro l’altra, erano intervallate solo dal click del meccanismo.

«Ti ho beccato, bello».

La voce giunse dalle scale, sottolineata dal rumore di un’arma che veniva sbloccata. Ad accompagnare i due suoni se ne sarebbe potuto quasi udire un terzo: il lento formarsi di un sorriso di scherno. L’uomo non fece nessun tentativo di voltarsi o fuggire. Rimase semplicemente fermo, con il fucile in una mano e l’ultima cartuccia trattenuta nell’altra.

«Ehi, mi hai sentito? Ti ho beccato finalmente, Capitano. Questa volta sei fregato!».

Il Capitano non rispose. Invece avvicinò con calma la cartuccia al fucile e l’inserì. «Perché lo pensi?» disse tirando indietro una leva e rilasciandola. La cartuccia prese posto in canna.

«Mi sembra evidente, no? Ti ho sotto tiro! Adesso voltati, voglio guardarti negli occhi mentre ti uccido».

«Conosci le regole, suppongo».

«Me ne fotto delle regole».

«Sai come vengono puniti nella città nuova quelli che non rispettano il coprifuoco?».

«Te l’ho detto, me ne frego». Tuttavia nelle mani del ragazzo il fucile sembrò diventare scivoloso. «Non mi importa quello che decidono i burocrati» aggiunse, ma con voce più incerta.

«Dicono che nella città nuova non vadano molto per il sottile quando si tratta di regole, ma forse nel tuo caso faranno un eccezione» disse il Capitano, poggiando il fucile a terra.

«Devono riuscire a dimostrarlo che ti ho ucciso prima della seconda sirena!».

«Forse non hai notato la telecamera che ci sta inquadrando» disse il Capitano. Estrasse tranquillamente un sigaro dal taschino della giacca e ne morse l’estremità che sputò via. «Se te lo stai chiedendo, si trova alle tue spalle. Proprio sopra la porta da cui sei entrato».

«Mi prendi per un idiota?» domandò il ragazzo. «Questo trucco è vecchio come mio nonno». Il dubbio però si era insinuato. Incapace di resistere, il ragazzo si voltò giusto un attimo. La telecamera era lì.

«Sono sorpreso che tuo nonno sia ancora in vita» disse il Capitano facendo scorrere la capocchia di un fiammifero sul cemento. «Di questi tempi è una cosa piuttosto rara».

«Non lo è infatti» rispose il ragazzo. Scrutò l’uomo che aveva davanti. La serenità lo sconvolse. La sua fama era corretta. Aveva sperato di coglierlo di sorpresa, ma non si era aspettato di trovare quell’arnese.

«E la telecamera invece, è lassù?».

Il ragazzo deglutì.

«Ci sono stato sotto tutta la notte» aggiunse il Capitano. «Sai, per evitare malintesi con le canaglie che sbucano alle spalle».

Il ragazzo allentò e strinse la presa sul fucile, come a volersi rassicurare della sua presenza. Il silenzio calò fra i due, protraendosi per troppi secondi. Lo sguardo corse involontariamente verso la cupola dell’antica cattedrale. Il sole ormai la illuminava completamente. Mancavano pochi secondi. Le gambe gli sembrarono più molli. Un groppo in gola gli bloccò quasi il respiro. Sentì lacrime calde riempirgli gli occhi e appannargli la vista. Pensò alla sua stupidità. Pensò che non sarebbe dovuto saltare fuori tanto presto. Se avesse atteso di più… Se solo avesse atteso un po’ di più!

«Sei una recluta, vero?» chiese il Capitano interrompendo il silenzio.

Il ragazzo, sorpreso, impiegò qualche secondo prima di rispondere: «Sì».

«Da quanto, sei mesi?».

«Più o meno, signore, sì».

Il Capitano sorrise, ma era un sorriso amaro. «Vi mandano al macello ultimamente».

«La guerra la stiamo vincendo noi però!» affermò il ragazzo con uno scatto di orgoglio.

«Può darsi,» disse il Capitano, «ma alla fine non vince mai veramente nessuno».

Il secondo fischio giunse quasi inaspettato per entrambi. Il ragazzo sobbalzò e quasi perse la presa sul fucile. La voglia di vivere però era forte. Strinse i denti, afferrò con maggiore decisione l’arma e la puntò rapidamente verso la schiena immobile del Capitano. È fatta, si disse, sono stato più veloce. Il dito indugiò sul grilletto solo l’attimo necessario per esultare, poi un toc alla base del cranio rese tutto scuro e silente.

«Avresti potuto aspettare ancora un po’!» affermò con sarcasmo il capitano.

«Vuoi farmi credere che ignoravi fossi lì?» rispose gioviale una voce di donna. Elena scavalcò il bordo atterrando con agilità sulla terrazza.

Era bella come sempre, notò il Capitano. «Lo ignoravo infatti» rispose tirandosi su e afferrandola per i fianchi, «ma non ne ho dubitato neanche per un istante. Solo, non attendere così a lungo la prossima volta. Le fanno sempre più nervose queste reclute».

Elena afferrò la testa del Capitano e premette con forza le labbra sulle sue. Poi lo allontanò da sé e chiese: «Ti va di fare colazione con me?».

«Certo. Frugagli nella sacca,» rispose il Capitano, «vediamo cosa ci ha portato di buono».

Mentre Elena esaminava la sacca, il Capitano si avvicinò alla telecamera. Staccò la base dal muro, spense il led da un interruttore sul retro e la ripose nel proprio zaino.

provini - Incipit, Lamboston


Incipit
Lamboston

L'aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l'aria ancora frizzante della notte. <<E' ora di muoversi>>, disse.

Ma che diavolo stava succedendo? Nulla, semplicemente in quel momento il maxi schermo, posto in ogni camera e in ogni ambito di ogni casa, di ogni via, di ogni città del Paese si era spento. Aveva cessato di dare il “codice in caporale”, come si era soliti chiamarlo, ed era stato posto nella normale condizione di “occhio”.

Quando veniva dato un “codice in caporale” tutta la militanza letteraria aveva il compito di “immediatamente produrre un componimento recante la miglior soddisfazione di vita da parte di ciascun abitante elevato a rango di letterato”.

Niente di più. Quasi ordinaria amministrazione.

Certo, stavolta si era giocato duro. Il comando era perentorio e la decodifica di “Elena” stava per massima allerta, in quanto il giudice massimo di questa cosa, per tutti i letterati “over trenta”, sarebbe stata la famigerata GinniW, che avrebbe dovuto riferire, senza colpo ferire, al ben peggiore e temuto FabbiD!

Inoltre c'era il perentorio comando <<E' ora di muoversi>>. Ciò significava che il tempo non era infinito e che non si sarebbe potuto consegnare l'elaborato il giorno dopo.

Ciascun letterato era praticamente consegnato nella stanza dove era stato registrato al momento della diffusione del “codice” (ed era impossibile spostarsi in quanto il video-occhio aveva registrato tutto) e non si sarebbe potuto muovere da lì fino a che non avesse finito l'elaborato di “gioia e gaudio” sull'operato del Supremo e sulla vita splendida e piena di soddisfazione per ciascun essere vivente del Paese.

“Eh già”, rifletteva senza parlare e senza mostrare alcuna espressione facciale recante perplessità o stupore il nostro Peritòn, “bisogna proprio che faccia in fretta a comporre il testo; l'ultimo che lo consegna sarà condannato a due ore di lezione sul 'modus scrivendi' da parte del terribile FabbiD!”.

Senza emozioni alcuna si accinse a scrivere; peccato che era stato beccato in bagno mentre si radeva e questo lo sconvolse abbastanza, fino a che non ricordò che, proprio nel timore che qualcosa del genere poteva accadere, qualche giorno prima aveva messo sulla mensola della specchiera una penna e qualche foglio.

La cosa gli avrebbe consentito di scrivere, purtroppo senza poter fare errori perché non si poteva correggere quanto scritto a penna. Avesse pensato a mettere un piccolo tablet la cosa sarebbe stata più facile, ma ormai era fatta.

Odisseo nel frattempo, nella sua magione principesca, stanca da morire per le ultime gare fatte, stava già vergando la carta gialla che avvolgeva la pasta, e stava scrivendo qualcosa che aveva attinenza con la gioia di mangiare pasta bio prodotta dalla comunità, della assoluta digeribilità del prodotto, eccetera eccetera. Sembrava non avesse mai pensato ad altro.

Incredibile come il codice avesse messo in moto tutti, ma proprio tutti; già qualcuno era arrivato a mettere la parola fine sul componimento ed era a caccia dei maledetti “refusi”, non correggendo i quali si sarebbe andati incontro alle infrazioni previste dal decalogo dell'Autorità Suprema letteraria, che aveva il potere di conferire il premio, ma anche di condannare l'improvvido alla pena di “oblìo semestrale” da parte di tutta la comunità.
Quel che era peggio era che stavolta (e non accadeva sempre) il codice fosse stato diramato come “codice in caporale”. Tutti andavano scrivendo e dibattendo da giorni su questa cosa sulle pagine del “diario obbligatorio di bordo”, generosamente offerto dalla direzione letteraria. Era difficile da usare, quasi impossibile da trovare, probabilmente da scolpire con martello e scalpello ad ogni dichiarazione in prima persona.

Si era creata una sorta di psicosi che aveva generato un certo effetto collaterale: tanti tendevano a scrivere in terza persona! Incredibile. Ma a volte non se ne poteva fare a meno di far parlare qualcuno, e si ricadeva nella maledetta maledizione dei maledetti caporali!

Anche il vecchio Sam, esperto e navigato scrittore di vignette e raccontini si era adeguato ai caporali ma lui, forte della sua grande sagacia, aveva inventato anche “sergenti” e “sotto-tenenti” e quindi aveva maggiore spazio di gestione. Sornione attingeva alla sua grande esperienza e scriveva con una grande facilità: aveva trovato le soluzioni per una vita serena, ottenendo anche qualche buon privilegio.
Nella combriccola l'unico davvero tranquillo, come al solito, era sembrato proprio May; affatto sconvolto dalla cosa era stato subito pronto e, nel giro di qualche minuto, aveva sfornato la sua deliziosa “Ode al potere magnifico e ai suoi splendidi caporali”.

Naturalmente anche i più giovani “over trenta” si adoperavano per scrivere al meglio, in quanto sapevano che, a parte l'ultimo che avrebbe consegnato, anche diversi di loro sarebbero stati condannati a pene inferiori, ma comunque pene.

Era come in una sorta di caserma del secolo scorso, quando c'era il nonnismo e le reclute erano soggette a ogni tipo di scherno da parte dei più navigati, che raccontavano cose terribili sugli esiti di ogni “codice”.

Non era ancora calata del tutto la notte quando anche l'ultimo, il povero Lumachìn, aveva finito di scrivere la sua piccola opera, ben conscio che comunque sarebbe stato l'ultimo a consegnare. Si era già preparato alla punizione, ma non avrebbe dovuto subire (almeno questa volta) l'onta di non aver finito in tempo: proprio un attimo prima che il tempo scadesse era finalmente riuscito a scrivere l'ultima parola del racconto, ben caporalato: <<seimila>>!

Grande fu lo sconforto di Lumachìn quando scoprì che, a questo punto si era solo e semplicemente al cinquemilanovecentotrentotto.

provini - La fontanella, Roberto Serafini


LA FONTANELLA
Roberto Serafini


L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.

«È ora di muoversi», disse.

La panchina di ferro dei giardini pubblici non era certo comoda come il suo letto di casa, tutt’altro, ma quelli erano altri tempi. Ora una casa non ce l’aveva neanche più e non poteva andare tanto per il sottile: prendere o lasciare. Una notte una panchina, un’altra notte un androne di un palazzo mezzo vuoto, un’altra notte ancora un marciapiede di una strada secondaria.

Raccolse le sue poche cose e raggiunse una fontanella per lavarsi. Poi prese la spazzola dalla sua sacca da viaggio e si pettinò i lunghi capelli neri per rendersi un po’ più presentabile. Aveva bisogno della toilette e per questo doveva chiedere in qualche bar. Il suo sorriso, in genere, le bastava per poter accedere senza problemi nell’esercizio commerciale. A volte, se era fortunata, riusciva anche a rimediare un cornetto con un bicchiere di latte caldo.

Le sue gambe la portavano di quartiere in quartiere, senza un preciso schema. L'importante era non rimanere troppo tempo nello stesso posto. Non voleva vedere gli stessi volti per troppi giorni, né che la gente facesse caso a lei e la scambiasse per una barbona.

In effetti lo era, ma il fatto di non avere una “fissa dimora”, le dava come l’impressione che non lo fosse. I barboni, in fondo, stanno sempre nello stesso luogo, nella stessa panchina, nello stesso angolo di strada. Lei no. Lei si spostava ogni due o tre giorni al massimo. Chi le passava davanti, tirava dritto senza farci tanto caso, e poi, dopo qualche giorno, nessuno si ricordava più del suo viso, dei suoi capelli lunghi e neri, del suo sorriso.

Erano ormai cinque anni che faceva quella vita, dopo aver perso il lavoro e la possibilità di pagarsi l’affitto. Ma una cosa non l’aveva persa. Quella non poteva togliergliela nessuno: la voglia di vivere.

“Ecco il bar”, pensò. “Ieri sono stati gentili, lo saranno anche stamattina. Poi cambio zona. Non voglio sembrare un parassita o una che si approfitta della gente”.

«Buongiorno, potrei usare il bagno per favore?», disse con un largo sorriso Elena al ragazzo del bancone.

Il giovane sembrò non fare caso a lei e, con aria distaccata, continuò a sciacquare alcune tazzine di caffè.

"Grazie, conosco la strada”, pensò tra sé.

Scese le scale che conducevano al seminterrato. Usò la toilette e si lavò meglio con acqua calda e sapone.

Forse la cosa che le mancava di più era proprio il bagno: il non poter fare la doccia, gustando la sensazione dell’acqua che scorreva sul proprio corpo, le creme che usava dopo per idratare la pelle e il viso, i profumi e tutte quelle coccole che si fanno le donne per rendersi belle e uniche agli occhi del loro compagno.

Già, il compagno. Chissà che fine aveva fatto Davide. Il suo fidanzato non era mai stato un tipo affidabile. Dopo due anni di convivenza, quando Elena perse il lavoro e dovette lasciare l’appartamento, lui tornò a vivere con i genitori. Poi pian piano sparì dalla sua vita, lasciandola sola ad affrontare un’esistenza sempre più misera e disgraziata.

Mentre era pervasa da questi pensieri, i suoi occhi si bagnarono di lacrime.

Avrebbe mai più avuto una vita normale? Un lavoro? Una casa?

Cercò di tirarsi su e di scacciar via certi pensieri e, dopo essersi lavata il viso, si guardò allo specchio e disse alla sua immagine riflessa: «Elena, tu ce la farai. Uscirai da questa fogna di vita. Sì, risorgerai dalle tue ceneri.»

Detto questo, si ricompose, tirò fuori l’aria dai polmoni e risalì le scale.

Il barman stava facendo cappuccini e caffè agli avventori ed Elena, con passo lieve e lo sguardo rivolto al pavimento, cercò di uscire senza dare troppo nell’occhio.

Passò accanto ad un signore anziano seduto a un tavolino, che sorseggiava lentamente un latte caldo, quando questo la chiamò per nome.

«Elena!»

Lei si fermò, stupita che qualcuno la chiamasse in una zona della città che frequentava da appena un paio di giorni. Chi poteva conoscerla? Chi poteva sapere il suo nome? Quel signore non aveva neanche vagamente un'aria familiare. Un vecchio vicino di casa? Un collega di lavoro di cui aveva perso il ricordo? Comunque si fermò accanto al tavolino del tizio e gli rispose con voce gentile.

«Sì? Mi dica. Ci conosciamo?»

«Siediti, per favore. Devo parlarti.»

Elena era un po’ titubante, però alla fine accettò l’invito di quel signore e si sedette.

«Vuoi bere del latte caldo?»

«Ehm… se per lei non è un disturbo, volentieri. Grazie mille.»

«Prendi, bevi.»

Un secondo bicchiere di latte caldo era lì sul tavolino, solo che Elena non si era accorta che il barista l’avesse già portato. Rimase un attimo perplessa, poi lo prese e iniziò a bere, passandosi la lingua sulle labbra per leccarsi la schiuma che sicuramente le aveva lasciato il latte.

«Mmh… buono. Ancora grazie, signore. Posso sapere il suo nome e come fa a conoscere il mio?»

«Ti conosco da un po’ di tempo a dire il vero. Diciamo… da trentacinque anni?»

Un istante dopo, entrarono nel bar due poliziotti e cominciarono a fare domande. Si rivolsero al ragazzo dietro al bancone e gli chiesero se avesse notato qualcosa di strano nel marciapiede di fronte. Poi gli dissero che avevano rinvenuto una ragazza morta vicino alla fontanella, all’interno del giardino pubblico, proprio dall’altra parte della strada. Il ragazzo faceva di no con la testa e alzava le spalle, come a dire che lui non aveva né visto né sentito nulla.

Elena, invece, si fece sempre più interessata alla conversazione e rivolgendosi all’anziano di fronte gli disse sottovoce: «Io vengo dai giardini qui di fronte e poco fa mi stavo proprio lavando ad una fontanella. Anche io non ho visto nulla di strano però e… ma, mi scusi, diceva che mi conosce da trentacinque anni?»

«Sì, esattamente.»

Elena si alzò confusa e uscì lentamente dal locale, dirigendosi con passo incerto verso quella fontanella. Vide un corpo coperto da un lenzuolo bianco e vicino, una sacca da viaggio come la sua. Fu inorridita dalla coincidenza e fu tentata di tornare nel bar a finire il suo bicchiere di latte caldo. Invece si fece forza e avanzò ancora di qualche passo. Vide le scarpe della ragazza morta e notò che erano identiche a quelle che portava lei. Si avvicinò ancora, senza che nessuno la fermasse o che si accorgesse della sua presenza, quindi si inginocchiò di fianco al corpo e scostò leggermente il lenzuolo, in modo che potesse vedere il viso della ragazza.

Rimase sconvolta nel vedere che la giovane che giaceva a terra era proprio lei. Fuggì da quell’orrore e si rintanò di nuovo nel bar, piangendo. Si sedette al tavolino, dove l’anziano signore finiva di bere il suo latte. Elena, con le mani sul viso per coprirsi le lacrime, lo implorò: «La prego, mi dica cosa succede.»

«Elena, sei pronta per venire con me? Lassù ti aspettano.»

«No, ti prego, no! Non ancora, ti prego.»

«Allora va’! Sbrigati! Fai in fretta.»

Improvvisamente il lenzuolo bianco sembrò prendere vita, tra lo stupore dei presenti che osservavano la scena. La ragazza a terra se lo tolse di dosso e pianse, girandosi su un fianco e guardando l’anziano signore che sorrideva davanti all’entrata del bar.

provini - Il viaggio più lungo, Massimo Granchi

Il viaggio più lungo
Massimo Granchi



L'aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse. 
Intravide uno spiraglio di vita oltre le immagini sfuocate dell’alba. L’eco delle sue parole risuonò nella sua mente. Prese il tempo necessario a soppesarle. Si erano amplificate irradiandosi dalla testa al cuore. Indugiò sulla panchina che la ospitava. Sentì la consistenza delle sue ossa e della pelle sotto i vestiti. Erano trascorse ore da quando si era fermata. Non sentiva freddo eppure lei era sempre stata freddolosa. Da ragazza rinforzava il letto con due coperte, infilava la vestaglia e chiudeva la finestra. «Almeno d’estate, Elena mia, dormi con la finestra aperta. Lascia entrare aria.» l’ammoniva sua madre. «Quest’aria viene dal mare. Sai che ne hai bisogno.» Elena era esile e chiara di carnagione. Sua madre la guardava con amorevole sospetto. Era preoccupata che non riuscisse a maturare. Anche Elena si osservava i seni sperando che facessero capolino. Non era mai stata vanitosa. Non comprendeva il corteggiamento perché non concepiva di essere oggetto di desiderio. Era insicura. Sua madre lo sapeva e le aveva insegnato a cucinare, a ricamare, a governare le bestie perché fiorissero almeno le sue capacità. Elena si era fortificata dentro a una consapevolezza discreta. Le sue doti pratiche si erano affinate nel tempo. Quando il suo corpo era esploso nella pubertà, e i fianchi, i seni, le cosce erano rigonfiate di vita, lei fu colta di sorpresa. I turbamenti fisici divennero quelli dell’anima e s’innamorò di Maurizio al primo sguardo.

Seduta sulla panchina in viale Mazzini, Elena liberò un sorriso. Rabbrividì nei ricordi. Fu l’istante in cui comprese di essersi fermata per prepararsi a ripartire. «E’ ora di muoversi», ripeté. La sera prima era uscita da casa con il buio per gettare le buste della spazzatura. I bidoni erano poco distanti dal portone ma lei si era preparata a un percorso più lungo. Aveva scelto gli abiti, si era raccolta i capelli grigi in una crocchia, si era allacciata la collana di perle al collo, aveva infilato le scarpe comode ed era uscita senza bastone. Maurizio la invitava spesso ad accompagnarlo lungo i viali e fino alla Fortezza Medicea, ma lei resisteva. Lui irrideva con affetto la ritrosia della donna. «Fuori c’è un mondo che devi scoprire» le diceva. Elena non ne aveva bisogno. Il suo mondo era lui e ciò che custodiva in casa, al secondo piano del palazzo di viale Mazzini. «Vai tu che senti il bisogno di salutare anche i gatti!» rispondeva Elena. Non alzava lo sguardo per osservare Maurizio. Continuava a rammendare la calza in silenzio mentre aspettava che il sugo finisse la cottura nella sua vecchia pentola di rame. Gli occhi di suo marito erano sempre stati i suoi. Egli le riportava i colori, i suoni e i profumi raccolti oltre le mura domestiche. Lei ricamava fantasia, la confrontava con la memoria, con ciò che vedeva in televisione o nel tratto di strada che andava dal cancello alla bottega. Era padrona consapevole di quel mondo. Nessuno come lei conosceva le strategie di mediazione, la pazienza, l’arte di arrangiarsi per risparmiare.

Di tanto in tanto qualche auto occupava la strada. Percorreva timidamente l’asfalto di fronte a Elena ancora immobile sulla panchina. Le luci dei lampioni si erano spente. Il sole indorava il profilo dei pini. La notte era lontana. La donna si strinse nel cappotto. Rammentò le raccomandazioni di sua figlia Claudia. «Esci da casa mamma. Prendi un po’ d’aria. Ti farà bene» Cosa avrebbe pensato vedendola nel viale seduta su una panchina alle cinque del mattino? Chissà se era questo che sua figlia intendeva per distrazione? Elena era stata previdente. Aveva messo le calze di lana e il cappello. Aveva portato con sé il cellulare. Ogni sera Claudia la chiamava per augurarle buona notte. La sera prima era stata lei a mettersi in contatto. Sua figlia ne era rimasta meravigliata e felice. Dopo aver gettato le buste della spazzatura Elena si era avviata nel buio sotto il riverbero delle stelle, tra odori di resina e terra. Era arrivata sino al parco deserto della Lizza. Era passata di fronte ai bagni pubblici. Un uomo anziano a veglia, accoccolato su una sedia posta all’ingresso, l’aveva guardata con interesse. Lei lo aveva salutato consapevole di aver compiuto un gesto di solidarietà verso un’altra creatura sola. Aveva camminato ancora. Aveva pensato al suo primo incontro con Maurizio nella balera del paese. Lo aveva visto danzare con sua sorella. Il suo invito a condividere l’ultimo ballo l’aveva sorpresa. Era arrossita al ricordo delle serate che il suo innamorato le aveva rubato davanti alla finestra della casa paterna. Poi aveva ricordato l’ultimo loro saluto silenzioso, i loro sguardi carichi d’intensità e di una paura senza ritorno prima che lui morisse. Erano stati sposati per sessant’anni. Sempre uniti. Lui era stato un uomo forte ed espansivo. Non si era ammalato mai. Lei era una donna silenziosa, mite e cagionevole. Chi lo avrebbe mai detto? Chi? Quella notte Elena aveva camminato come non aveva mai fatto, accompagnata da una malinconia sottile. Era finita poi sulla panchina di fronte a casa sua. Aveva deciso di ricordare così suo marito e di riordinare alcuni punti di riferimento. Aveva infine scelto di continuare a vivere per compiere il suo viaggio più lungo. «E’ ora di muoversi», disse un’ultima volta e finalmente si avviò.