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mercoledì 21 gennaio 2015

provini - In un momento, Alessandra Bertini

In un momento

Alessandra Bertini
 
 
L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse.

Vicino a lei, Boris, drizzò le orecchie e agitò la coda, poi guardò fisso la padrona negli occhi e imboccò il sentiero verso casa.
«Stamani, Boris, non c’è molto tempo».
Alle 7.00 Elena doveva essere in ospedale.
Intanto, al cospetto dell’armadio, vestirsi le sembrò impresa assai ardua.
“Dovrei forse indossare qualcosa in particolare? Ci sono forse degli abiti che si confanno a questo assurdo momento?”
Pur con qualche dubbio optò per la soluzione più comoda: jeans larghi, snackers, e il suo caro maglione di lana d’angora verde. In bagno, davanti allo specchio, non aveva potuto evitare una smorfia di disappunto nel constatare i segni profondi che la notte passata in bianco aveva lasciato sul suo viso. Tirò fuori dal cassetto il fondotinta, ma al momento di passarlo sulle grigie occhiaie, pensò che fosse inutile, ancor peggio stupido, voler nascondere il segno di un dolore che mai, nessuna effimera maschera, avrebbe potuto alleviare.
“Che saranno mai questi occhi stanchi rispetto ad un cuore che si è spento?”
L’interruttore l’aveva premuto Elena stessa, straziandosi l’anima, nel momento in cui aveva deciso di interrompere la gravidanza.
“Non sono sicura di riuscire davvero ad essere la madre di mio figlio, e questo non potrei sopportarlo”.
Era il tarlo che rodeva la mente di Elena, perché non c’è cosa peggiore che sentirsi inadatte, specie per una madre e per il suo senso di responsabilità. Del resto lo sapeva benissimo cosa voleva dire, lei che un figlio lo aveva già partorito, 16 anni prima. Ricordava perfettamente tutte le gioie, ma anche tutti gli errori commessi, anzi adesso si sforzava di ricordare soprattutto quelli, nel tentativo di dare una giustificazione inconfutabile alla sua scelta.
Il giorno che anche le analisi del sangue avevano confermato il risultato del test, Elena aveva provato una rabbia pazzesca, verso se stessa e la sua imperdonabile disattenzione, essere incinta a 45 anni, non doveva succedere. Non quando una persona pensa di avere ormai alle spalle i faticosi anni dell’accumulo, destinati a fare, imparare, crescere, dimostrare e affermare il proprio valore. Non è in quel momento che si può ricominciare tutto dall’inizio, proprio quando si è appena iniziato a rilassarsi.
“Le poppate ogni tre ore, i pannolini da cambiare, le coliche, e poi quando inizierà a camminare stargli dietro che non scappi o non si faccia male. Più avanti la scuola, i compiti a casa, le prime uscite con gli amici, il portami di qui e portami di là, fino ai 18 anni e la patente, e quando lui avrà solo 18 anni io ne avrò già 63 e sarò vecchia per essere in grado di dargli il supporto che una madre deve dare ad un figlio. E se non ce la faccio? E se dovrò dirgli di no solo perché potrei essere sua nonna piuttosto che sua madre?”
Intanto era pronta per partire, Boris aveva sufficiente mangiare nella ciotola, suo figlio era a dormire da un compagno di classe, e suo marito doveva ancora rientrare dal turno di notte, loro non sapevano niente, né della gravidanza, né dell’aborto; Elena non aveva avuto il coraggio di parlargliene, soprattutto non aveva voluto dividere il dolore con nessuno, un modo per punire la sua codardia e il suo egoismo, perché in fondo era così che Elena si sentiva: codarda ed egoista.
“Carlo, che per anni mi ha chiesto un secondo figlio, sarebbe così felice che, sono sicura, non riuscirebbe, a capire i miei timori figuriamoci la mia scelta finale, perché dovrei far sopportare anche a lui questo strazio? Dario poi, trovarsi a 16 anni con un nanerottolo urlante per casa ad assorbire quotidianamente le attenzioni di tutti, senza dubbio ne soffrirebbe, proprio ora che è in una fase delicata della vita. Come se poi di momenti difficili non ne avesse già passati”.
Il viaggio in metro, da casa al policlinico, sarebbe durato non meno di venti minuti, fermata intermedia compresa. A quell’ora, binari e vagoni, erano ancora semi deserti e le non molte persone presenti o sembravano intenzionate a proseguire il sonno da poco interrotto, oppure, probabilmente in ritardo, correvano senza fare attenzione al resto del mondo che gli passava accanto. Eppure ad Elena sembrava che quella gente, fosse lì per lei, per farle sentire addosso tutta la loro disapprovazione.
“Cosa ne sapete voi di me e del mio dolore, avrò pure il diritto di scegliere, non tutti siamo coraggiosi alla stessa maniera. Credete che non lo sappia che potrebbe avere i miei occhi, magari i capelli biondi di suo padre, e lo stesso caldo sorriso di Dario… e se io non riuscirò ad essere all’altezza di tutta questa bellezza?”
Alla fermata del policlino le porte della metro si aprirono, ma prima che Elena potesse scendere un numero imprecisato di bambini, urlanti, in grembiule rosa o blu, si accalcarono all’ingresso ricacciandola indietro. Facevano davvero un gran baccano, ognuno che, spingendo l’altro, cercava di salire prima. Ad un tratto Elena vide un grembiule rosa perdere l’equilibrio e finire a terra, ai suoi piedi, poi sentì un forte singhiozzare.
«Ti sei fatta male?»
Due occhioni carichi di lacrime la fissarono. Elena aiutò la bambina a rialzarsi, continuava a piangere, pensò di confortarla abbracciandola, il gesto le uscì fuori un po’ goffo, ma sincero, e la piccola ricambiò gettandogli le braccia al collo. Fu il calore di un momento, la bambina si divincolò e tornò tra i suoi compagni, Elena rimase immobile, sul treno che ripartiva.
Si dice che in un’intera vita ci siano 5, al massimo 6 momenti in grado di cambiare un’esistenza, Elena, guardando la stazione allontanarsi, fece un rapido calcolo e capì che i conti tornavano.

martedì 23 dicembre 2014

semifinale - Eravamo solo dei Mulas, Alessandra Bertini

Eravamo solo dei mulas
                                     Alessandra Bertini


Avevo undici anni quando sono entrato nelle schegge. Cercavano giovani veloci e furbi per consegne a domicilio, sull’annuncio c’era scritto compenso eccezionale.
Papà era morto da circa un anno in un incidente stradale, non si è mai saputo bene come fosse andata veramente, la versione ufficiale fu un colpo di sonno, ma su quel tratto di strada per Tijuana, quel giorno ci fu un gran casino, ed io non mi tolgo dalla testa che a sbattere contro quell’albero ce lo abbiano mandato.
Mamma non lavorava e senza lo stipendio di papà ogni giorno rischiavamo il digiuno, così non c’ho pensato due volte a calarmi nello stomaco una decina di ovuli gonfi di cocaina. Questa fu la mia prima consegna a domicilio ed entrare nelle schegge voleva dire, diventare un corriere della droga.
Il sistema era collaudato da molto prima del mio arrivo, ormai la nuova frontiera del narcotraffico eravamo noi giovani ragazzini affamati e quindi disposti a tutto, utilissimi ai signori della droga per essere sguinzagliati in quantità abbondante verso la frontiera con gli Stati Uniti. Più eravamo giovani, svelti e numerosi, meno probabilità c’erano che ci beccassero alla dogana, e in ogni caso, anche ci avessero scoperti, meglio noi che loro.
Ad entrare ci ho messo il tempo di un sì fatto con un cenno della testa ad un tizio dall’aspetto poco raccomandabile, appoggiato ad un lampione. Senza aprire bocca mi fece segno di salire su un'auto scura parcheggiata lì vicino, dentro c’era il mio capo: El Chapo

«Allora, ragazzo, come ti chiami?»
«Héctor» risposi
«Conosci le schegge?»
«No»
«Da adesso sei una di loro, uno dei miei uomini di fiducia. Posso fidarmi di te?»
«…»
«Essere una scheggia vuol dire coraggio, scaltrezza, velocità di pensiero e azione. Non sono abilità che tutti hanno, ma solo chi le possiede, dammi retta, conta qualcosa. Pensi di avercele?»
«…»
«Ce le hai sì o no?»

Dissi di sì non per convinzione, ma per paura. Mi dette una pacca sulla spalla e un sacchettino di ovetti bianchi. Dovevo portarli a San Diego, dentro lo stomaco.
Presi il sacchetto in mano e rimasi per qualche istante immobile a fissarlo, giusto il tempo perché El Chapo si accorgesse della mia titubanza.

«Tieni, bevi questo prima di mandarle giù, anestetizza la gola ed evita di farti vomitare. È roba delicata, sbagliare non è consentito. Per tutto il viaggio ricorda di non bere o mangiare, vorrai mica che ti esplodano tutte e dieci in pancia?»

Finì con una fragorosa risata e una spinta, più o meno amichevole, per mandarmi fuori dall’auto. Ero anch’io una scheggia, adesso.

Per quanto vivere nella mia città e ancora di più la morte di un padre, ti facciano crescere in fretta, la mia giovinezza terminò esattamente nel momento in cui riuscii a mandar giù l’ultimo ovulo e mi misi in viaggio. Il liquido che mi aveva dato El Chapo, non solo fu un utile lubrificante per la gola ma ancora di più per la mente. Con andamento esponenzialmente inverso salì la sbornia e scese la paura, di essere preso, ma ancora di più, di rimanerci secco.
Seguii alla lettera le indicazioni che mi avevano dato e andò tutto meravigliosamente bene: i controlli all’aeroporto, alla dogana, l’incontro con l’altro corriere e pure l’espulsione. Così ho cominciato a sentirmi un gran figo, peggio ancora un figo con i soldi in tasca. Si arriva a fare i corrieri della droga per fame e si finisce per provarci gusto: nello sfidare la legge, quella dello stato e quella divina, oltre al fatto, ben più risaputo, che quando tocchi la droga difficilmente puoi smettere. Per arrivare a sentirsi invincibili il passo è breve, finché qualcosa non va storto e ti rendi conto che non ti chiamano scheggia per la velocità e la scaltrezza ma per l’insignificanza e la precarietà di chi, come noi, al futuro spesso non ci arriva e conta quanto un misero frammento di legno.
Ho cominciato a capirlo quando ho visto morirmi accanto Alfredo. Eravamo in missione insieme, stessa tratta verso San Diego. Poco dopo l’uscita dall’aeroporto ha iniziato a dire che gli faceva male lo stomaco, mi ha guardato con il terrore negli occhi, conosceva perfettamente cosa stava succedendo, qualche ovulo, aggredito dai succhi gastrici, doveva essersi rotto. Si è accasciato a terra, si è dimenato per un po’ e poi è svenuto. Sapevo benissimo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto ma sono scappato lo stesso per paura di essere preso. Ho proseguito la mia missione, consegnato la merce e sono tornato a casa con la paga, come se niente fosse successo, come se Alfredo non fosse morto.
Poi la notte ho sognato quegli occhi colmi di paura che mi fissavano. Non ricordo se è successo anche nella realtà, ma di sicuro in sogno l’ho sentito piangere e chiamare la mamma. Mi tendeva la mano come a chiedermi aiuto e più ci provava, più io mi allontanavo, fino a sparire dalla scena del sogno, dove restava Alfredo, solo, gli occhi aperti ma senza vita.
Oltre a me nessuno della banda ha mai perso tempo nel ricordarlo, nel dispiacersi della sua fine, tutt’al più ho sentito qualcuno lamentarsi del brutto casino in cui la perdita, non della sua vita, ma della partita di droga, ci aveva cacciati. Io invece ho continuato a vedere Alfredo in sogno per un numero di notti di cui non riesco a tenere il conto. Fino a quando, alla dogana, mi hanno arrestato.
Una delle prime cose che ti insegnano quando entri nelle schegge, è quella di non parlare, non fare nomi, solo tacere perché tanto verranno loro a salvarti dalla prigione, e invece se fai la spia la paghi gara. Così la tua bocca resta serrata di fronte alle domande della polizia, anche di fronte ai ceffoni e ai modi poco garbati che piacciono tanto agli uomini in divisa. Aspetti che la banda venga ad aiutarti, ma non ci pensano proprio, anzi si sono già dimenticati di te e ti hanno sostituito con un altro ragazzino. Una nuova giovane bestia da soma, perché in fondo non siamo altro che mulas carichi di immondizia, schiavi di un sistema che ci prende per fame, bidoni umani di spazzatura. Altro che schegge.