Visualizzazione post con etichetta anna cattaneo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anna cattaneo. Mostra tutti i post

mercoledì 21 gennaio 2015

provini - Elena e Rufus, Anna Cattaneo

ELENA E RUFUS
Anna Cattaneo
 
 
nonum kal. Septembres
 
L‘aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «È ora di muoversi», disse.
 
Le strade, a quell’ora del mattino, erano quasi deserte; Elena aveva percorso a rapidi passi la vie che si snodavano fra le insulaeche sorgevano accanto alla Porta Nolana; giunta sul decumano che conduceva alla Porta di Stabia, aveva rallentato il passo. Si guardò attorno e vide solo qualche pescatore, costoro erano fra i primi a giungere in città con la speranza di vendere la propria mercanzia, dalle loro espressioni, felici o imbronciate, si poteva capire se la pesca era stata fruttuosa o povera.
Dopo aver imboccato il decumano in direzione sud la donna si volse, aveva udito un rumore di calzari farsi sempre più vicino, poco dopo un uomo avvolto in una toga di pesante stoffa pregiata la raggiunse e la superò correndo.
Ha fatto tardi in un lupanare per patrizi” pensò e sorrise.
Il suo pensiero corse a due anni prima, quando era giunta in città al seguito di suo zio, un mercante. Lei, greca, era stata scambiata per una lupa.
«Che altro mestiere fate nel vostro Paese se non prostituirvi» l’aveva apostrofata, sprezzante, un giorno, una serva mentre acquistava delle frittelle da un venditore ambulante, poco distante dal tempio della Fortuna Augusta.
Già in questa stupida città i lupanari sono pieni di greche e allora tutte le greche sono lupe” scosse la testa, quasi volesse scacciare quello stupido pensiero.

Ancora pochi passi e sarebbe giunta nei pressi della caserma dei gladiatori che sorgeva a meno di due stadidalla Porta di Stabia.
Era lì che il suo Rufus le aveva dato appuntamento e si sarebbero salutati. L’uomo, il suo uomo, sarebbe stato lontano da lei, così la aveva promesso, solo per pochi giorni.
Rufus era stato incaricato di raggiugere la flotta a capo Miseno e informare il comandante delle conclusioni alle quali era giunto dopo due settimane di intenso lavoro e di raccolta di prove e testimonianze sul mal funzionamento dell’acquedotto che da qualche tempo assillava la città.
«Avrò l’onore di incontrare il Prefectus classis Misenis» le aveva detto con orgoglio.
Rufus aveva usato parole di grande rispetto per quel comandante militare; lo aveva descritto come un uomo di grande saggezza.
Quella dolorosa separazione sarebbe stata però il preludio a una nuova vita, Elena e Rufus sarebbero presto partiti per Roma. Il suo Rufus, in qualità di librator,aveva terminato l’ispezione all’acquedotto ed era pronto a ripartire per la capitale con il suo carico di notizie e una lunga relazione sul malfunzionamento dell’acquedotto. Avrebbe formulato una serie di ipotesi sulle ragioni di quel guasto. Le aveva spiegato tutto questo ed Elena, paziente, lo aveva ascoltato, pur non capendo nulla di ciò che per Rufus era chiaro. La donna sapeva soltanto una cosa, al ritorno dalla visita al Prefectusa capo Miseno da sarebbero partiti alla volta di Roma.
Giunta nei pressi della Caserma dei gladiatori scorse Rufus che la attendeva, il cuore di Elena accelerò i battiti mentre si precipitava fra le braccia dell’uomo che la strinse a sé senza pronunciare parola.
«Rufus, promettimi che la nostra separazione non durerà che poche ore».
«Sarò di ritorno prima dell’ hora settima» fu la risposta di Rufus.
Il giovane, poi, secondo il suo costume, volle sdrammatizzare e aggiunse: «Come disse un giorno Seneca “Non posso dirti l’ora con certezza; è più facile mettere d’accordo i filosofi che non gli orologi”1».
Elena rise e lo abbracciò ancora una volta.
«Elena ti affido questa» disse Rufus consegnandole una piccola pergamena sulla quale aveva tracciato alcuni schizzi e una data, «mi serviranno quando ritornerò da Capo Miseno».
Elena guardò quegli schizzi, incuriosita, non comprendeva nulla dei segni tracciati da Rufus sulla pergamena ad eccezione della data: 
 
POMPEII Dies Martis nonum kal. septembresDCCCXXXII AVC2
 
 
 
1“horam non possum certam tibi dicere; facilius inter philosophos quam inter horologia convenit”
2 La data è quella del 24 agosto 79 d.C. tristemente famosa per l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano, Stabia e durante la quale trovò la morte Plinio il vecchio.

martedì 23 dicembre 2014

semifinali - La luce bianca, Anna Cattaneo

LA LUCE BIANCA
Anna Cattaneo

La luce bianca, fortissima, era accecante.
Anna, che si era assopita per un attimo davanti al PC, spalancò gli occhi ma li richiuse subito, ferita da quel chiarore abbacinante.
Stordita, si guardò attorno: la parve di distinguere verso il fondo della stanza un ammasso di calcinacci polverosi, dai quali emergeva una mano.
Scosse la testa. Era come se fosse improvvisamente precipitata in un sogno, o meglio, in un incubo, eppure era conscia di essere vigile, non stava dormendo: era una delle poche cose di cui era sicura.
Si alzò dalla sedia e si staccò dal tavolo sul quale era appoggiato il PC.
Il tavolo e il computer erano le uniche due cose che riconosceva, tutto il resto non le apparteneva: la stanza non era la sua, vuota, disadorna e completamente bianca, senza finestre eppure era pervasa da una luce fortissima, che sembrava essere emanata direttamente dalle pareti.

Si avvicinò al mucchio di calcinacci e vide una giovanetta, riversa su un fianco, all’apparenza morta. Le si avvicinò e la guardò in viso: la piccola aveva gli occhi spalancati, ma privi di qualsiasi luce.
La pelle della ragazzina, più propriamente una bambina, forse, era grigiastra. In un primo momento non riuscì a comprendere se quello fosse il suo colore naturale o se fossero i calcinacci e la polvere che la ricoprivano a conferirle quell’aspetto spettrale.
Anna le pose una mano sul capo, e solo allora si accorse della pesante scheggia di metallo conficcata nella parte destra del cranio.
Gridò, scuotendo la testa e indietreggiando in preda al panico: quello era sicuramente un incubo ed era l’incubo peggiore che avessi mai avuto.
Un attimo dopo, cadde al suolo e perse i sensi.

Quando riaprì gli occhi, non era più nella stanza ma ai bordi di un campo sul quale erano sparsi dei rottami ancora fumanti. Tutto attorno, ovunque dirigesse lo sguardo, schegge di metallo e brandelli informi che la sua mente si rifiutava di identificare. Pur essendo pieno giorno il cielo era scuro e dense colonne di fumo si alzavano dal terreno.
Se quell’incubo fosse durato ancora qualche istante, Anna ne era sicura, sarebbe diventata pazza. Un incubo, altro non poteva essere, ed era convinta che di li a poco si sarebbe svegliata.

– Non vedrai granché! – le parole furono pronunciate da una voce maschile, calda e profonda – Ciò che ti stai rifiutando di riconoscere sono i pochi brandelli di carne e schegge di ossa che sono rimasti mischiati ad altre schegge, quelle dell’aereo. Questo è tutto quel che resta del volo abbattuto da un missile.
– Prima che io impazzisca del tutto, – gemette, – dimmi: chi sei?.
– Dopo ore che passasti, indecisa, davanti al foglio bianco ancora non lo sai? – le chiese lui con aria beffarda.
– Non capisco. – replicò Anna sempre più smarrita.
– Devi deciderti se le tue saranno schegge di morte o di vita. – la incalzò l’uomo.
– Non voglio parlare di morte! – replicò angosciata.
– Anna, ancora non ti arrendi? Ancora non hai compreso che quelli che ti stanno passando davanti sono i tuoi personaggi. La bimba morta con la scheggia nel cranio è vittima dei bombardamenti, non volevi raccontare il dramma siriano? Le schegge e i brandelli fumanti di carne sono tutto quel che resta dei personaggi che avresti voluto far salire sull’aereo abbattuto dalla follia dell’uomo.
– Ma questa è realtà non finzione.
– Dove s’arresta la finzione dove comincia la realtà? La follia umana percorre un labile confine. – proclamò l’uomo solennemente.
– Te lo ripeto non voglio parlare della morte.
– A me però non desti scampo – replicò lui, cupo.
– Chi sei tu, dunque? – gridò Anna, ormai in preda alla disperazione.
– Ricordi Francesco, – proseguì l’uomo con la sua voce profonda, suadente – ricordi l’insignificante professore de “Le margherite falciate nel mese d’agosto”?
– Il mio best seller – sussurrò Anna con una punto d’orgoglio.
– Già – replico l’uomo seccato – a me non desti scampo: mi impiccai a una trave. Come se per un professore come me, con pochi soldi in tasca e una ridicola passione per i classici, non ci fosse altra fine.
– Perché, cos’altro può salvare l’uomo dalla disperazione e dalla follia?
– L’amore! – disse l’uomo.
Anna sorrise e il suo sorriso dovette apparirgli come un riso di scherno.
Con tono risentito, infatti, chiese: – Pensi anche tu che vi sia un limite d’età per innamorarsi?
Anna ammutolì.
– Non vuoi parlare delle schegge frutto delle guerre però hai paura a parlare della scheggia di una freccia scagliata da Eros che si è conficcata qui, nel mio cuore.
– Non so… vedi… – sospirò, indecisa.
– L’amore di cui ti chiedo di parlare è puro come può esserlo un amore che non è spinto da desideri carnali; è puro perché è senza speranza: sono cosciente che non potrà mai essere ricambiato, nemmeno dal più casto dei baci. Al tempo stesso, però, esso è di una forza inaudita perché mi ha ridato quella gioia di vivere che le traversie della vita avevano da tempo sopito.
– E perché dovrei parlare di un amore così?– chiese Anna.
– Perché non dovresti? L’odio, l’invidia, il rancore, ogni altro sentimento umano finisce con la morte e con la morte si annienta, ma non l’amore. Hai detto poco fa che non volevi parlare di morte, e vi è un’unica arma che sconfigge la morte: l’amore, perché solo l’amore sa andare oltre la morte.