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mercoledì 21 gennaio 2015

provini - Correre, Anna Maria Scampone


Correre
Anna Maria Scampone

“L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. <<E’ ora di muoversi>>, disse.”

Svegliarsi all’alba era per Leila un privilegio. Le piaceva ammirare l’esuberante avanzare del giorno e il quieto ritirarsi della notte. Un passaggio di consegne, accompagnato dallo spettacolo del cielo cangiante. Un gioco di luci, forme e colori. Blu cobalto, violetto, porpora, arancio, azzurro, rosa…una tavolozza impressionante!

L’aria frizzante e pulita della giornata l’avvolse rigenerandola. Si riscosse all’improvviso. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla sua corsetta mattutina. Raccolse i lunghi capelli in una coda, allacciò le scarpe, tirò su la zip della felpa e si avviò.

Aveva la musica giusta in cuffia, il giusto guizzo nei muscoli allenati.

“Morning has broken, like the first morning

Blackbird has spoken, like the first bird…”

La voce carezzevole di Cat Stevens l’accompagnò, sciogliendo i nodi dell’anima. Corse dimenticando gli affanni della vita, i problemi, le seccature. Sentiva la vita scorrerle nelle vene, gorgogliare allegra e spensierata. La invase una sensazione di leggerezza, di euforia quasi.

“Praise for the singing, praise for the morning

Praise for the springing fresh from the world…”

Aveva bisogno di quella parentesi di serenità. Anzi, ne aveva il pieno diritto. Da lì a poco sarebbe stata fagocitata dal lavoro, ma ora, quel momento era suo e solo suo.

Non si avvide dell’uomo che la seguiva se non quando la raggiunse. Non lo aveva mai incrociato nelle sue corse mattutine. Sorrise. Un sorriso di circostanza e l’accenno di un saluto, prima di accelerare il passo. Non le era sfuggito lo sguardo e il sorriso lascivo dell’uomo.

– Un perfetto sconosciuto in un posto isolato – realizzò scioccata.

Gli amici le chiedevano spesso se non avesse paura a girare da sola nel bosco a quell’ora.

– Non c’è luogo in cui io mi senta meglio. Ritrovo me stessa…e poi è assolutamente tranquillo – li aveva rassicurati.

Ora però era in allerta, pronta a scattare alla prima avance. Aumentò l’andatura, cogliendolo di sorpresa. Per un po’ pensò di poterlo distanziare, sfruttando questo vantaggio, ma fu subito chiaro che non sarebbe riuscita a seminarlo. Alla fine, riuscì ad affiancarla. Leila scartò verso destra, inoltrandosi lungo un sentiero di terra battuta. La stradina era poco più di una striscia polverosa. Nei periodi di secca la terra aveva mille crepe e quando pioveva diventa un acquitrino fangoso. Una strada senza mezze misure. Vischiosa in inverno, dura in estate.

Il respiro affannoso del suo inseguitore la spronò a tenere duro. Si inerpicò su per un ripido pendio, le tempie pulsanti, il respiro corto. Si riempì di graffi. Sulle gambe e sulle braccia laddove i rovi erano più alti e fitti. All’improvviso la discesa. Si fermò un attimo, esitante sul ciglio. Fissò la strada sottostante che faceva capolino tra il fogliame. Nera, lucida di asfalto, aggrappata alla collina come un’amante disperata al suo amore perduto. Riprese la corsa, cercando con lo sguardo il passaggio meno irto. Avanzava con più cautela ora, attenta a dove posava i piedi. Una pietra rotolò giù trascinandosi dietro una cascata di terra polverosa. Tossì e sputò, lacrimando copiosamente. Si sentì sconfitta guardando comparire, tra gli arbusti, la macchia colorata della camicia del suo inseguitore .

- Non ce la farò mai – pensò sconsolata.

Avrebbe voluto fermarsi, accasciarsi a terra e restare in attesa, indugiando fino a far placare il rombo nella sua testa. Ma non l’avrebbe fatto. Doveva pensare in fretta.

Si concesse un attimo di tregua, pochi secondi per ritrovare un po’ di lucidità. Guardò verso il basso e non vide nessuno. Sorpresa, guardò di nuovo, scrutando con gli occhi socchiusi, tra i cespugli e gli arbusti più fitti. Nessuno in vista!

– Che abbia desistito? – si interrogò dubbiosa.

Con i sensi tesi studiò il terreno circostante. Del tipo che la seguiva nessuna traccia. Stava per rilassarsi quando sentì un fruscio alle sue spalle. Si irrigidì, il cuore in gola, le gambe molli, pronta a scattare. Un frullare di ali. Tra le folte chiome di un faggio una cinciallegra si alzò in volo. Ne riconobbe il piumaggio verdastro, la gola nera, le guance bianche. In un altro momento l’avrebbe seguita con lo sguardo fino a che non fosse scomparsa all’orizzonte, ma ora sapeva di non potersi permettere questo piacere. Scostò con la mano una ciocca di capelli impastata di sudore e polvere.

Era disorientata. Non sapeva proprio cosa pensare. Le sembrava improbabile che l’uomo si fosse arreso. Avanzò di qualche passo, muovendosi con circospezione. Nessuno. Aspettò ancora qualche minuto prima di avventurarsi oltre. Via libera!

Fu proprio mentre stava tirando un sospiro di sollievo che sentì l’odore dell’uomo dietro di lei. Si voltò di scatto, ma non fu abbastanza veloce per sfuggire alla morsa del suo aggressore. Le bloccò i polsi con violenza, un ghigno crudele sul viso. Leila urlò divincolandosi.

- Urla piccola – le alitò l’uomo sul collo – più urli, più mi eccito. Non lo senti quanto ti voglio?

La strinse a sé. Leila sentì con sgomento il rigonfiamento duro premere contro il sedere. Il peso dell’uomo sulla schiena divenne insopportabile.

– Ora – urlò dentro di sé – Ora!

Scalciò all’indietro, mirando al ginocchio. Un bel calcio poderoso, con tutta la forza e la disperazione che aveva in corpo. L’uomo lasciò la presa, ululando per il dolore. Leila si girò e con una mossa fulminea e gli diede una gomitata sul viso.

– Brutta troia – urlò l’uomo portandosi le mani al naso.

Un fiotto di sangue gli inondò la faccia. Bestemmiò. Prima che potesse riprendersi, Leila gli piazzò un calcio nei testicoli con una violenza tale da tramortirlo.

E poi scappò!

Un coro di urla, fischi e applausi accompagnò la fine del filmato. Le luci si riaccesero nell’auditorium gremito di ragazze. Leila prese il microfono. Con voce calma e misurata cominciò il suo intervento.

- Salve, sono Leila. Sarò la vostra coach nel prossimo corso di difesa personale. Il primo consiglio…fuggite a gambe levate. Secondo consiglio…se non potete, picchiate duro!

martedì 23 dicembre 2014

semifinali - All'ombra del padre, Anna Maria Scampone

ALL’OMBRA DEL PADRE
Scampone Anna Maria
Sbarro gli occhi. In gola l’urlo che ha accompagnato il mio risveglio. Il buio mi avvolge come un sudario immondo . Non so dove sono, non so chi sono. So solo che ho dannatamente paura del buio e dei fantasmi che vi si celano. Tremo, i capelli incollati al viso, le vesti madide di sudore, il respiro corto. Poi ricordo ed è peggio. Non so più da quando sono qui. Ho perso il conto dei giorni ormai. Cerco il sollievo di un po’ di luce, ma dalla feritoia che mi fa da finestra, non arriva che un chiarore opaco, giusto una pallida idea di luna.

Ho una sete tremenda, la lingua gonfia, le labbra screpolate. A tastoni cerco la brocca dell’acqua. Esito, affondando la mano nel buio della stanza. Un fruscio mi avverte che non sono sola. Qualcosa mi sfiora. Un tocco lieve e umido che mi fa accapponare la pelle. Mi ritraggo d’istinto, mentre il ratto squittisce. Anche lui ha paura, penso.

Non sono preparata a tutto questo. Proprio no. Il carico doloroso dei ricordi si affaccia alla mia mente, sovrapponendosi in un vorticare di frammenti di vita, nascosti tra le pieghe del tempo, schegge impazzite che lacerano in profondità . Implacabili, inesorabili, mortali.

Come d’incanto sono in giardino, le mani sulle orecchie. Mi sono rifugiata là per non sentire le urla dei miei. Mamma e papà litigano spesso. A dire il vero, è papà che urla, mamma sta zitta, subisce e piange in silenzio. Poi mi rassicura cercando di frenare il tremito delle mani. Non è niente, dice, non è niente! Papà è nervoso!

Un’altra scheggia. Dolorosa e indelebile come lo sono gli schiaffi, i calci, i pugni. Lividi del corpo e dell’anima. Sono in corridoio e guardo, non vista, nella camera dei miei. Intravedo mamma riflessa nello specchio. Avanzo esitante nella stanza e le accarezzo i capelli. Il suo sguardo spento mi sfiora appena. È come se non vedesse il mio sgomento riflesso accanto al suo viso tumefatto. Mamma, sussurro, mamma… lei mi zittisce, l’indice sulla bocca a chiedere la tregua di un silenzio.

Non c’è tregua invece per me. Il passato mi perseguita. Dal buio emerge la voce di mio padre, il suo odore di maschio, la ruvidezza delle carezze. La piccolina di papà, mi dice attirandomi a sé. Il suo alito puzza di d’alcool, ma non è di questo che ho paura. Ho terrore della sua collera. Troppe volte l’ho vista abbattersi su mia madre e su di me. Trattengo il respiro, lo assecondo, non reagisco nemmeno quando la sua mano scivola sulla mia schiena e si spinge audacemente sempre più giù.

Fa freddo ora in questa cella maleodorante e stretta. Anche al buio potrei dire quante mattonelle mi separano dalla massiccia porta che ha ridotto il mio mondo. Piango. Lacrime calde di pietà per la bambina che sono stata. Vi odio, urlo rabbiosa, vi odio entrambi! Ascolto sorpresa l’eco delle mie parole infrangersi contro le pareti di pietra. Trasudo risentimento ora. Sono stata la vittima della furia di mio padre, sono la vittima del silenzio complice di mia madre. Sola, violata nel corpo, annientata nell’anima, ripenso a quanto è stato. Rivivo la mia vita come fosse riflessa in uno specchio rotto. Schegge di cristallo, sottili e pungenti come aghi, tessono una trama invisibile sulla superficie, nascondendo l’insidia dei bordi acuminati dietro l’apparente perfezione del vetro. Così la mia vita. Ho occultato le crepe dell’anima, nascondendo accuratamente la vergogna e l’umiliazione. Ma fa dannatamente male!

Volevo essere uguale alle altre. Spensierata, serena, allegra. Ero, al contrario, schiva e taciturna, prigioniera dei miei segreti. Invidiavo le mie coetanee, le loro vite perfette, i vestiti all’ultima moda, la tranquillità della loro esistenza. Io invece mi infagottavo in maglioni informi, nascondendo i lividi sotto strati di fondotinta. Se solo sospettassero, pensavo disperata, oh Dio, no…non potrei sopportare i loro sguardi pieni di commiserazione.

Quando è che ho detto basta? Il ricordo si perde e si confonde, insieme alle urla di ribellione di un’altra me, una più forte e coraggiosa di quanto lo sia mai stata io. L’ho ascoltata gridare e affermare i suoi no. Perché non taci, l’ho supplicata, così lo fai arrabbiare di più. Ho cercato, con lo sguardo, il sostegno di mia madre, ma lei è ormai solo un guscio vuoto, un pallido fantasma che si aggira nella nostra casa sussultando a ogni rumore,

Mio padre mi ha picchiata. Ci è andato giù duro, affievolendo con la forza la mia determinazione. Lei lo ha lasciato fare, senza una parola o un gesto. Non ha reagito nemmeno quando lui mi ha presa per i capelli e mi ha trascinata fin qui, lasciandomi priva di sensi, in questa prigione buia. Da allora, giorno e notte si sono fusi in un unico, tragico tempo scandito dai ricordi, dalle lacrime e dalla paura.

Brucio di sete. Tremo, battendo i denti. Forse ho la febbre, forse muoio. Mi induco ad allungare la mano ancora una volta. Serro gli occhi, le dita già sul bordo della brocca. La tiro cautamente a me, ignorando lo squittio nascosto nel buio. Non contiene nemmeno una goccia d’acqua, e a quel punto esplodo. Imprecando scaglio la brocca contro il muro. No, non glielo faccio il favore di crepare! Non lo so da dove arriva questo rigurgito di ribellione, ma mi ci aggrappo con disperazione. Alla fine però crollo in un sonno popolato da incubi.

Nel sogno c’è mio padre che mi guarda preoccupato. Mi scuote e mi chiama, ma non riesco a svegliarmi. Lo vedo tra le palpebre socchiuse. Ha il viso contratto in una smorfia grottesca. Dietro di lui, sulla porta, mia madre più pallida del solito, quasi eterea. Si torce le mani, mugolando piano qualcosa di indecifrabile. Tendo l’orecchio. Cosa le hai fatto? mi pare che dica, cosa hai fatto… Ora è accanto a lui, il viso rigato di lacrime. Sento le sue mani su di me. Amorevoli, premurose, calde. Scosta una ciocca di capelli dal mio viso e mi culla come fossi una bambina.

Me ne vado così, stretta tra le sue braccia, confortata dalla sua voce. In lontananza, sempre più indistinta, l’ombra di mio padre.