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mercoledì 21 gennaio 2015

provini - Fuga d'amore, Francesca Faramondi

FUGA D’AMORE
Francesca Faramondi

L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre.
Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte.
“È ora di muoversi” disse.

“A quest’ora siamo svegli solo io, lei e un paio di galli insonni” brontolò l’uomo alle sue spalle.
Elena avrebbe voluto fulminarlo con un’occhiataccia, ma quando si voltò vide che a dispetto delle parole e dell’aria indolente con cui le aveva pronunciate, l’uomo era pronto a partire.
“Dobbiamo sfruttare ogni istante di luce” ribatté, allora, con un tono forse un po’ troppo saccente.
“Ne va della salvezza del mondo!” aggiunse l’uomo con enfasi, scoppiando a ridere.
Anche Elena avrebbe sorriso, se le parole appena pronunciate non fossero state così dannatamente vicine alla verità.
Mentre camminavano silenziosamente sulle polverose stradine che conducevano lontano dalla città, verso il porto, Elena ripensò a come era giunta a quel punto.
Si era innamorata.


Bastava questa frase a giustificare quello che stava per fare e quello che, molto probabilmente, ciò avrebbe comportato?
Non lo sapeva…ma non poteva farci niente.
Era sposata da diversi anni, ma il suo era stato solo un matrimonio di convenienza…un matrimonio per sigillare un’alleanza.
Non amava suo marito.
Aveva creduto che un giorno, forse, ci sarebbe riuscita…ci aveva creduto veramente, almeno fino a che i suoi occhi non si era posati su di lui.
Dio, era di una bellezza quasi sfacciata.
Alto, con una zazzera bionda arruffata, gli occhi magnetici ed opalini, il sorriso sfacciato e impudente sempre stampato su quel volto dai lineamenti delicati, quasi effeminati.
Cupido aveva scagliato la sua freccia non appena i loro sguardi si erano sfiorati.
Si erano incontrati durante una cena ufficiale, lui era in missione diplomatica.
Erano i primi giorni di autunno, le foglie cadute sembravano farfalle morte con le ali spalancate.
Le era passato accanto, sfiorandole un braccio.
Lei lo aveva guardato e in silenzio lo aveva seguito, così senza domande, senza presentazioni…quelle erano venute in seguito, quando già non avrebbe più potuto immaginare una giornata senza i suoi occhi.
Ed ora eccola qui, a sfidare il destino, pur di stare con l’uomo a cui sapeva di appartenere.
Elena era così presa dai suoi pensieri che non si accorse che l’uomo davanti a lei si era bruscamente fermato.
“Ma che diavolo…” esclamò, sbattendo contro la sua schiena.
L’uomo alzò la mano facendole segno di tacere.
Elena stava per ribattere che non poteva trattarla in quel modo, quando vide che l’uomo aveva afferrato il coltello che portava con sé e lo stava puntando verso un cespuglio pochi metri più avanti.
Trattenne il fiato.
Lo sconosciuto le aveva salvato la vita già una volta, la sera prima, alle porte della città.
Era stata aggredita da una banda di malviventi e se quell’uomo non fosse intervenuto, lei probabilmente sarebbe morta.
Tremò al ricordo.
“Non dovrebbe andare in giro da sola” l’aveva rimproverata, una volta al sicuro.
“Devo raggiungere il porto” aveva balbettato, ancora sotto shock.
“Bene e allora sarò la sua scorta!”
Elena non aveva avuto la forza di controbattere, sicura che con le prime luci dell’alba l’uomo l’avrebbe lasciata sola per seguire la sua strada…e invece era ancora qui, a proteggerla.
Dal cespuglio, all’improvviso, emerse un coniglio che li guardò curioso, prima di zampettare via.
L’uomo sorrise e si rilassò.
Quando si voltò vide Elena seduta per terra, tremante.
“Cavolo, mi ha fatto prendere un colpo”
“Era solo un coniglio” disse l’uomo, aiutandola a rialzarsi.
“Ma nemmeno lei lo sapeva, visto che lo ha affrontato armato di tutto punto” ribatté piccata.
L’uomo scrollò le spalle e si rimise in marcia, ma poco dopo si accorse che Elena non lo stava seguendo.
“E ora che le prende?”
“Non ricordo il suo nome”
“Non ricordo di averglielo detto!”
Elena incrociò le braccia e lo fissò.
Era un uomo alto e imponente, con le spalle larghe e il collo taurino. Aveva la carnagione olivastra e due profondi occhi neri. Nonostante l’aspetto minaccioso, però, emanava sicurezza.
“Mi sento in forte imbarazzo…lei sa benissimo chi sono io, mentre io…”
“Sfido” ribatté l’uomo, sfoderando un sorriso disarmante “Credo che chiunque in questo paese, ma anche nei paesi vicini, sappia chi è lei. Mi scusi se glielo dico, ma con quel travestimento non ingannerebbe nemmeno un cieco. Non basta un cappuccio per nascondere una simile bellezza”
Elena arrossì per l’inaspettato complimento.
“Se non vuole dirmi il suo nome, mi dica almeno perché mi ha salvato e perché mi sta scortando”
“Perché gliel’ho chiesto io” esclamò qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe bisogno di voltarsi…quella voce, l’avrebbe riconosciuta ovunque.
“Oh fratellino sei arrivato…la tua bella è un vero peperino!”
Elena guardò i due uomini: non si somigliavano per niente.
Scrollò il capo…in questo modo il cappuccio cadde rivelando una massa ondulata di capelli, dorati come un campo di grano.
Elena corse dall’uomo che amava e si gettò tra le sue braccia.
“Paride, amore…mi devi una spiegazione!” disse, dopo averlo baciato appassionatamente.
“Andiamo, credi davvero che ti avrei fatto attraversare tutto il paese da sola?!”, poi indicando l’uomo che l’aveva scortata, aggiunse: “Elena ti presento Ettore, mio fratello!”
L’uomo si inchinò con fare ossequioso strappandole un sorriso.
“Sei pronta a cominciare la tua nuova vita?” le domandò Paride, stringendola forte a sé.
Elena fece un segno con il capo.
Sì…era pronta…da quel momento in poi sarebbe stata Elena di Troia.

martedì 23 dicembre 2014

semifinale - 400 metri, Francesca Faramondi

400 METRI
Francesca Faramondi

“È un tempo perfetto per vincere una gara” pensò Luca, fissando il cielo azzurro alla vana ricerca di una pur minima nube bianca.

Abbassò lo sguardo e cominciò ad analizzare la pista e l’ambiente: terreno morbido, vento leggero ma a favore, i raggi del sole forti abbastanza per scaldare, ma non per abbagliare.

Luca sorrise e cominciò a fare stretching.

Più in là un ragazzo dall’aria svogliata si apprestava a fare un salto triplo.

Assistette alla sua gara: fece un gran salto e si portò in prima posizione, eppure dal suo volto non scomparve quell’aria da soufflé sgonfiato, come l’avrebbe definita suo padre

Luca scrollò le spalle e tornò a focalizzarsi sulla sua gara.

Chiuse gli occhi e cominciò a correre.

Fece tutto il tragitto con la mente, come faceva prima di ogni competizione, per essere concentrato al cento per cento su quei 400 metri che doveva affrontare.

Innanzitutto lo scatto dei primi cento metri, poi l’allungo della parte centrale e infine lo scatto degli ultimi cento metri.

Quando fu sicuro della sua performance, si voltò per studiare gli avversari.

Con molti di loro aveva già corso più volte.

Sapeva che De Marchi era un fuoco di paglia, scattava fortissimo, ma poi mollava. Faviani era stato un campione, ma dopo l’operazione al ginocchio non era più tornato in forma come prima. Stasi e Vega erano da tenere d’occhio.

Luca però non si scompose, fece un rapido calcolo e stabilì che poteva batterli… tutti.

Lo starter li invitò a prendere posizione.

Luca fece un bel respiro.

Cominciò a sentire la tensione crescere, mentre avvertiva il suo cuore lasciare il petto e rimbalzargli nelle tempie, nelle gambe e nelle braccia, come se per l’emozione avesse dimenticato il posto che anatomicamente gli spettava.

Lo sparo.

Una scarica di adrenalina lo fece scattare come una molla.

E corse, senza più pensare a niente.

Corse, come correva da bambino sfidando suo fratello, nel prato dietro casa, quando l’arrivo era l’ultimo albero in fondo e il premio una pacca sulle spalle da parte di papà.

Corse senza sentire il tifo del pubblico, la stanchezza nelle gambe, la pressione degli avversari.

Corse e tagliò per primo il traguardo.

Medaglia d’oro…e nemmeno il tempo era male.

Alzò un braccio in segno di vittoria, cercando con lo sguardo Valentina tra gli spalti e regalando solo a lei il suo sorriso.

D’accordo, lui non era Bolt e queste non erano le Olimpiadi, ma solo delle gare regionali, eppure era felice e soddisfatto di se stesso.

In un attimo il piccolo stadio comunale gridava il suo nome.

“Luca! Luca!” la voce della folla si stava trasformando in una singola voce maschile.

“Ohi Luca?!” la voce di Emanuele.

“Che c’è?” sbottò Luca, guardandosi attorno con aria stupita.

La pista era deserta.

Quei ragazzi che correvano come schegge ormai non erano che schegge di memoria… che ironia…

Luca scosse la testa, un sorriso amaro sul volto.

“Ma che ti eri addormentato? O sognavi ad occhi aperti?” lo incalzò Emanuele.

“Ed anche se fosse… che c’è di male nel sognare?” replicò Luca stizzito, spingendo via la sua sedia a rotelle.