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mercoledì 21 gennaio 2015

provini - In attesa, Serena Lavezzi

In Attesa

Serena Lavezzi


L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. «E’ ora di muoversi», disse.

Guardando fuori dalla finestra, dai palazzi alti e grigi si sprigionò un forte odore di masala e coriandolo, poi arrivò il profumo di carne arrostita e di ghee. Era la terza notte che passava in hotel e che si svegliava così presto, ormai si era abituata a quel vapore profumato. La prima mattina, scesa giù alla reception, aveva chiesto da dove venisse. Era un’appartamento al terzo piano del palazzo di fronte, una famiglia con otto bambini, la donna si alzava all’alba per cucinare il pranzo da asporto del marito e le colazioni dei figli.
Elena l’aveva incrociata per strada, non aveva fatto fatica a riconoscerla. Non era stato per il sari fucsia sistemato di fretta, nè per il sindoor sulla scriniatura dei capelli e neanche per le due borse di verdure che le solcavano i polsi, no, l’aveva riconosciuta per il bambino piccolo che le penzolava sulla schiena e per altri cinque che la circondavano, rallentandola.
Elena ne era rimasta colpita, si era fermata a guardarla mentre si dirigeva alla porta del palazzo, non si era spostata neanche per aiutarla ad aprirla ed entrare. Aveva avuto come l’impressione, guardandola, che quella donna non potesse più essere aiutata da nessuno, che ormai fosse troppo tardi per lei.
La notte, quando era tornata nella sua stanza, sdraiata sul letto sfondato aveva ripensato molto a quella donna e a sè stessa. Sebbene le loro vite sembrassero così diverse, lo erano davvero?
Neanche Elena sentiva di poter essere aiutata, non più ormai, forse lui avrebbe potuto farlo, forse. Sicuramente se sentiva di avere ancora una possibilità di cambiare, questa era custodita nelle mani di Jasrasj. Si era addormentata con gli occhi semi aperti, senza risposte.
Quella mattina rimase ancora per qualche istante vicino alla finestra, tardò a raggiungere il piccolo bagno. Tutto in quella stanza era tinto nelle impensabili gradazioni dell’ocra, dalla moquette alla stampa sopra il comodino, dal lenzuolo alla tenda della doccia. Elena pensò che
era come vivere in un barattolo di curry, a volte aveva la sensazione di sentirne anche l’aroma pungente.
In bagno iniziò quella che era diventata la sua routine da tre giorni, si lavò la faccia a lungo per dimenticare le impurità della notte afosa, passò lo spazzolino sui denti per tre minuti precisi come suo padre le aveva insegnato quand’era bambina, sistemò i capelli in uno chignon senza pretese, voleva solo non sentire i capelli sulla schiena.
Trovò la crema idratante nel beauty in bilico sul bordo del lavabo, ne spalmò uno strato generoso su viso, collo, spalle e braccia, l’avrebbe aiutata anche a non scottarsi.
Si guardò a lungo nello specchio crepato, per qualche istante nemmeno riuscì a riconoscersi, vide solo una ragazza di ventotto anni con le prime rughe sulla fronte e la tinta rossa sbiadita
nei capelli. Per un attimo si chiese com’era finita in quel l’hotel a Bangalore, per un lungo attimo pensò di star vivendo la vita sbagliata, come se nella trama del Destino si fosse creata
un’increspatura irreale proprio all’altezza della sua esistenza.
Scacciò i pensieri delineando la forma degli occhi con una spessa matita nera, non le sarebbe servito altro, faceva talmente caldo che il trucco si scioglieva subito, persino il rossetto, l’aveva imparato dopo il primo giorno.
La valigia era aperta per terra, piccola, comoda, pratica, Elena prese la camicetta bianca maniche corte e i pantaloni lunghi di lino, si benedì per aver portato abbastanza cambi, ogni sera quando tornava doveva portare gli abiti alla lavanderia vicino all’hotel. Infilò i sandali
bassi, prese al volo la borsa di cuoio e uscì.
Ormai conosceva a memoria la breve strada per la stazioneferroviaria di Bangalore City, lo snodo principale delle arterie regionali. Durante il tragitto aveva imparato a conoscere tutte le botteghe e i venditori ambulanti, c’era il negozio di elettronica, di stoffe, di frutta e verdura,
accalcati uno sopra l’altro. Il preferito di Elena era il venditore di dolcetti ai ceci, posizionato tra Levi’s e un parrucchiere, ci si fermò per prendere due dolcetti come d’abitudine.
Ne mangiò uno entrando dalla grande porta principale della stazione, l’atrio e la folla non le facevano più paura, lanciò solo un rapido sguardo al cartellone elettronico degli arrivi, nessuna modifica. Si diresse con passo sicuro al binario coperto numero 4, dove arrivavano i treni dalla stazione sud di Chennai, prese posto alla prima panchina disponibile e mangiò il secondo pak, preparandosi alla solita lunga attesa.
Ventidue treni previsti in arrivo su quel binario, circa ventimila persone sarebbero scese e le sarebbero passate davanti non curandosi di quella ragazza straniera seduta e sudata. Ed Elena sarebbe rimasta lì ferma, finchè il sole non avesse abbandonato gli archi della struttura, in attesa di una sola particolare persona.
Quel giorno si era portata dietro un vecchio libro, le era venuta voglia di rileggerlo, quattro bottigliette d’acqua ormai calde e degli snack preconfezionati. Iniziò ad aspettare, le mani
infilate tra le cosce in attesa del primo treno della giornata, sarebbe arrivato tra sette minuti. Poteva essere uno qualunque di quelli, si chiedeva spesso se l’avrebbe riconosciuto dopo tanti
anni passati lontani, aveva soltanto una foto recente come promemoria. Avrebbe potuto
replicarla ad occhi chiusi, tanto l’aveva guardata nell’ultima settimana: la foto di Jasrasj, suo padre.
La cantilena dall’altoparlante annunciò l’arrivo del treno, Elena vide subito il muso infilarsi sui binari con lentezza. Appena l’eco stridente dei freni scomparve, una massa umana si riversò fuori. Fu solo un attimo ed Elena vide un turbante verde spuntare in quel turbine di
pori e teste, la fugace visione di un occhio rivolto in basso, di una catenina al collo e capì che le rimaneva solo una cosa da fare.
Elena si alzò e iniziò a correre nella marea.

martedì 23 dicembre 2014

semifinale - Il pianto del baobab, Serena Lavezzi

Il pianto del baobab
Serena Lavezzi

Le persone mi guardano in modo strano, so che è per colpa di quelle schegge che mi sono entrate nel cervello tanto tempo fa. Alzano le sopracciglia quando mi vedono e se mi riconoscono, le alzano ancor di più. Questo è un quartiere piccolo, pochi corpi, tante lingue e tutti sanno cosa è successo nove anni e mezzo fa.
Da ragazzina vivevo in una grande villa, poco fuori le mura. Avevamo cinque persone che lavoravano per noi, cani scorrazzavano nel cortile. Vivevo lì con i miei genitori, i miei fratelli, i miei nonni, gli zii e un bisnonno centenario. Qui da noi le tradizioni sono molto importanti e sebbene facesse quasi fatica a parlare, era ancora lui il capofamiglia e prendeva le decisioni rilevanti per tutti.
Adesso non ho più nessuno che mi dica quali sono le scelte migliori per me e per il mio futuro, l'unica scelta me l'ha data il Destino e io ho dovuto accettarla. Da qualche anno vivo all'ultimo piano di uno stabile lasciato a metà dall'impresa edilizia, che d'improvviso ha abbandonato tutto. Le scale sono molto pericolose, bisogna sempre tenersi legati con una corda ad un corrimano di fortuna, che hanno costruito gli inquilini con pezzi di legno e colla. Per questo motivo rimango in casa.
Spesso non faccio neanche la spesa, il ragazzino della famiglia che vive all'ultimo piano con me, esce e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Io accetto volentieri, penso siano le uniche persone ad essere gentili con me.
L'appartamento è composto da una grossa stanza, c'è il lavello, il fornello che funziona soltanto in alcune ore della giornata, un materasso buttato a terra, un tavolino basso. Un bagno, l'unica fortuna di tutto quello che mi circonda, anche se devo pulire il water con il secchio. C'è un balconcino pericolante che dà sul deserto, forse volevano farci un cortile ma c'è ancora la sabbia.
A volte, in certi giorni, i ricordi mi sfuggono e vedo solo delle ombre. Resta tutto a galleggiare sull'orlo della mia memoria, come un liquido bianco e viscoso, ma non riesco ad afferrare i dettagli. L'unica cosa che non dimentico mai, è quel giorno.
Mia nonna diceva sempre “Non si esce di casa quando il baobab piange” e forse, se quella mattina lo avessi ricordato, la mia vita sarebbe andata diversamente.
Ero uscita all'alba, dovevo prendere l'autobus per Abuja, per andare a portare dei pacchi ad una zia ricoverata in ospedale. C'era un forte vento che alzava polvere gialla e muoveva i rami dei baobab, l'aria, passandoci attraverso, creava un suono simile ad un lungo lamento.
Quando arrivò il bus, eravamo in trenta ad aspettarlo, quasi tutte donne, nessun bambino e qualche anziano. Un uomo portava una gabbia con dei pappagallini arancioni, non potrò mai scordarmi degli striduli acuti che avrebbero emesso di lì a poco.
Io presi posto nella prima metà della corriera, posai i pacchi sul sedile accanto al mio sperando che nessuno m'importunasse; avevo solo vent'anni ed ero uscita da sola poche volte: avevo paura di tutto. Questo mio atteggiamento remissivo e timido aveva convinto mio padre, e prima di tutti il bisnonno, a lasciarmi andare da sola fino ad Abuja.
Il viaggio sarebbe dovuto durare tredici ore, destino volle che dopo cinque l'autista ebbe un colpo di sonno. Viaggiavamo in mezzo a zone diroccate di un vecchio villaggio abbandonato, l'autobus iniziò a slittare sulla stretta strada di sabbia, il muso urtò a destra contro un enorme albero e venne sbalzato a sinistra. Girò su sé stesso cinque, forse sei volte e poi si schiantò contro un vecchio condominio diroccato che non resistette all'urto. Dei mattoni ci precipitarono addosso e una nuvola di fumo avvolse tutto, l'autobus venne schiacciato e ci fu solo buio, per tutti. Io vidi il cielo diventare nero e il tetto della corriera che mi veniva incontro, poi mi risvegliai in ospedale, ad Abuja.
Appena aprii gli occhi pensai che era proprio il posto dov'ero diretta, alla fine ci ero arrivata, non riuscivo a pensare ad altro che a mia zia. La sera venne un dottore e indicò il mio viso, ricordo bene il suo polpastrello, era nero come l'ebano e puntava al mio lato sinistro.
Mi disse che ero l'unica sopravvissuta, grazie ad Allah aggiunse, ma che purtroppo avevano dovuto intervenire chirurgicamente al cervello per via di grandi schegge che si erano infilate durante l'urto dalla guancia sino a metà cranio. Alla fine il tettuccio mi aveva raggiunto e squarciato a metà il viso, una linea diabolicamente perfetta mi aveva diviso.
A destra la pelle liscia, l'occhio scuro, le labbra carnose ancora s'innalzavano con un certo orgoglio; pensai alla prima volta che mi diedero uno specchio. Il lato sinistro era un'altra storia, potrei dire rattrappito, ma era qualcosa di più, la mia pelle appariva come la carta in cui avvolgono il pane gli ambulanti. Quando arrivi a casa, tiri fuori la pagnotta, accartocci l'involucro e lo butti via: la mia faccia era così, accartocciata, ma non avrei potuto disfarmene così facilmente.
Da quel giorno decisi che non mi sarei più guardata allo specchio e fu più facile del previsto. Rimanendo sola dovetti fare molta economia e non avrei potuto buttare via i soldi per un oggetto così inutile, né lo volevo.
Per il cervello, il dottore disse che avrei potuto avere sbalzi di memoria, ma che nel complesso non avrei avuto problemi. Ci penso spesso a quel giorno, credo sia normale, anche ora che sono seduta per terra sul balcone. Fumo un mozzicone di sigaretta e guardo il cielo, non c'è una nuvola.
Non so dire se sono stata troppo sfortunata o tanto fortunata, in fondo sono ancora viva. Ho una vita semplice, pochi pensieri, poche preoccupazioni, tutto ruota intorno a poche cose, il recipiente di latta colmo di latte fresco, una pagnotta calda, una banana fritta, un giornale nuovo. Mi va bene così, finché posso guardare l'orizzonte e sognare ad occhi aperti, scrutando il deserto.
Solo ogni tanto, inspiro dalla narice buona e mi sembra ancora di sentire il profumo di quando mia madre rovesciava il miele caldo sul riso.